Ofman

-Presentazione del lavoro dell’artista in occasione della Mostra “Materia e Graphos” presso la Galleria Imago, Corso Cavour, 19, Perugia, dal 06 luglio 2013-

Fuori dagli angusti confini del qui e dell’adesso, e deciso a porsi come trait d’union tra tempi, luoghi ed esperienze lontanissimi tra loro, Ofman, pseudonimo di Fabio Mancini, sembra osservare il mondo da lontano, da un’altura privilegiata, dalla quale individuare meglio tutto ciò che sia funzionale alla sua ricerca. Ciò che stupisce più di tutto, in effetti, è proprio la lucidità con cui procede dritto per la sua strada, muovendosi con disinvoltura tra figurazione e filosofia, tra simbologie alchemiche e teorie junghiane, tra impeto e meditazione, tra pittura gestuale e raffinatezze da cesellatore, il tutto compendiato in un’esperienza pittorica di assoluta coerenza e riconoscibilissima come sua. Animato da un’insopprimibile urgenza comunicativa e da un’ ostinata volontà di tessere armonie tra Spirito e Materia, tra il mondo delle Idee e quello della quotidianità, Ofman ha ben presto abbandonato la pittura figurativa e intrapreso un intimo percorso incentrato sul segno, chiamato graphos, e uno parallelo sulla materia. Il primo è da intendersi non solo come rappresentazione di un significato, ma come entità immota, pura esperienza estetica in grado di esistere in quanto tale; la seconda come passione febbrile per la natura delle cose, per la loro manipolazione, come volontà di sperimentare le possibilità tecniche della prassi artistica.
Le sue opere sono il frutto maturo di una gestazione lenta e impegnativa, di una sintesi tra queste polarità, di un procedere per gradi coordinato da un intelletto vigile e severo. Tanto la purezza del tratto quanto le sue larghe superfici di aspetto lunare, sono i risultati di un processo di digressione, un certosino lavoro del togliere che somiglia quasi a una pratica ascetica. “Semplificare è più difficile che complicare”, soleva ripetere Bruno Munari. È necessario liberare il segno e la materia da ogni accidentalità fenomenica, da ogni sovrastruttura, per giungere all’Archetipo, alla Sostanza, e creare un sistema di comunicazione universale in grado di agire su più livelli cognitivi. Su spessi fondi policromi di grande eleganza e gusto per gli accordi tonali, realizzati con polveri di marmo e gessi, il Graphos si staglia solitario e abbagliante al centro dell’opera, caricandosi di una forte valenza semantica, come ideogramma intuitivamente riconducibile a concetti assoluti come La Vita, l’Unione, L’Universo, L’Amore. In altri casi i suoi segni grafici sono orchestrati in composizioni di respiro più ampio, complesse e brulicanti, fortemente ritmate. Decine di geroglifici, tutti diversi, vengono così giustapposti gli uni agli altri fino a comporre forme rette, ellittiche, circolari o spiraliformi, sospese in perfetto equilibrio formale.
C’è senza dubbio una forte valenza sociale, nell’opera di Ofman; l’unione dei Graphoi non porta affatto al loro annullamento, ma anzi nella moltitudine le peculiarità di ciascuno risultano esaltate, e tutti concorrono a delineare una forma finale armonica e perfetta. È la metafora di una collettività che acquista senso non nell’appiattimento culturale della civiltà globalizzata, ma solo nel pieno rispetto dei suoi singoli elementi costitutivi e delle infinite esperienze particolari. Lo stesso Ofman, per quanto imbevuto di principi universali vicini a certe filosofie antiche, è un artista assolutamente umbro, che comunica col mondo attraverso le sue specificità culturali. Nella sua opera si odono, stratificati, gli echi delle esperienze più significative di cui la sua terra è stata teatro. Il Graphos, così misterioso, arcaico, intellegibile solo in parte eppure seducente, è parente stretto dell’impenetrabile e affascinante alfabeto degli Etruschi; le sue superfici scabrose e meditatissime, l’uso dello stucco, del gesso e del legno, hanno un precedente nell’opera del suo illustre concittadino tifernate Alberto Burri. Lo stesso afflato cosmico, la ricerca di un equilibrio tra tutte le forme di vita, la fortissima tensione spirituale che anima la sua opera, sarebbero forse stati diversi se non vivesse nella stessa terra dei grandi mistici medievali.
Le sue composizioni, in definitiva, sono una pratica di contemplazione. Richiedendo all’osservatore uno sforzo interpretativo, si propongono di raggiungere quell’inconscio collettivo condiviso da tutti gli uomini, e di stabilire connessioni che è compito della migliore Arte ricomporre e restituire al Mondo.

Le opere di Ofman sono visibili sul suo sito www.ofman.it

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Miracoli e mustelidi

La mattina della Vigilia, al lavoro, squilla il telefono:

David: “Pronto?”
Ragazzo sulla ventina: “Buongiorno, senta mi scuso subito, mi riduco sempre all’ultimo momento, ma devo fare un regalo, la prego…”
D: “Non si preoccupi, ci mancherebbe, mi dica pure quello che sta cercando.”
R: “Cercavo una riproduzione…”
D: “Di?…”
R: “Della MADONNA COL TASSO!”
D: “Mi scusi?”
R: “Eh! La madonna col tasso, quella famosa, di coso…”
D: “Mi creda, sono 10 anni che studio arte ma non ricordo alcuna Madonna del Tasso.”
R: “Ma come no! E’ di quello famoso, lì, lo scienziato.”
D: “Non mi starà parlando della Dama con l’Ermellino?”
R: “Bravo! Quella! Dama, Madonna, Ermellino, tasso, che cambia?”
D: “…”

Image

David Menghini, La Madonna col tasso, 2012. Coll. privata.

L’artista, ‘sto maledetto morto di fame

Italia, A.D.2012: dopo anni di soprusi, sfottò, sconfitte, frustrazione e grigiore, il popolo di sinistra, anche quello colto, se la ride. Addio ladri, cialtroni, magheggi all’italiana, nullafacenti, volgarità gratuite, ingerenze cattoliche;  benvenute cultura europeista, laicità, sana competizione, meritocrazia, serietà. Finalmente l’Italia tornerà a ricoprire il posto che le spetta nello scacchiere internazionale! Evvai!  Si ha un gran da fare a sciorinare tutte le parole feticcio della nuova Italia: efficienza, dovere, senso di responsabilità, disciplina, onore, ordine.
Che bello!
Ora io dico, tanto per cominciare: ma non erano tutte parole d’ordine fasciste, con cui da sempre si riempiono la bocca i più ferrei conservatori? Uomini nuovi di sinistra, progressisti, traghettatori della futura umanità illuminata, rivoluzionari 2.0, mi rivolgo a tutti voi: non gli rubate proprio tutto ai fasci, qualcosa lasciategliela. Che ne so, almeno la disciplina, o l’onore. Pare brutto, poverini, c’hanno messo tanto a formulare questi concetti, con quelle piccole testoline pelate…
Stando così le cose vien da sé che, se non ti adegui, le maglie fitte di una società così asfissiante e tentacolare finiranno per stritolarti o escluderti. Manco a dirlo, il mondo della Cultura è il primo e più vistoso invalido di questa assurda guerra d’efficienza. La considerazione di cui gode chi produce cultura, nell’immaginario collettivo, non è mai stata così risicata. L’artista, grazie a queste logiche di concezione dell’esistenza in termini di produttività, è visto fondamentalmente come uno che non partecipa al farsi il mazzo collettivo, un perdigiorno, un parassita che pretende di mangiare con quello che viene considerato un hobby. L’arte diventa una baggianata, il passatempo odioso di chi non ha problemi a sbarcare il lunario. L’artista è improduttivo, non serve a niente, non giova ai conti, né al rating o allo spread, non si spacca la schiena come tutti i bravi lavoratori padri di famiglia, con le dita callose, che hanno fatto grande questo paese; l’artista, per la gente comune, è un’erbaccia da estirpare, con le sue strane idee avulse e sconclusionate. Ovviamente i governanti, qualunque essi siano, non hanno nulla in contrario, anzi. L’ignoranza è l’amica del cuore delle oligarchie, la buonanima di Trozkij lo diceva già  cent’anni fa: “al fine di trasformare la scietà, è necessario che la classe lavoratrice possa innanzitutto padroneggiare tutta la conoscenza“. Operazione rovinosamente fallita. Frasi come “con la cultura non si mangia” di quello con la erre moscia, o “artisti, a lavorareeee!“, di quell’altro piccolino, assieme a rivoltanti mosse come quella di racimolare l’elemosina per il Fondo Unico per lo Spettacolo dall’aumento delle accise sul prezzo della benzina, dovrebbero rendere sufficientemente l’idea e convincere gli scettici sul sistematico tentativo del Potere di distruggere alla base qualunque forma di creatività che non sia squallido intrattenimento o sentimentalismo a buon mercato. Ci preferiscono mediocri, e mediocri ci avranno. Questo perché la Cultura è temuta, la Cultura può offrire nuove chiavi di lettura, nuove consapevolezze, la Cultura ci sottrae dall’appiattimento, ci rende unici, e nella stringente logica del “produci-consuma-crepa”, l’unicità non è gradita. La situazione è chiara: riducendo il livello artistico e culturale alla semplicità minima, di modo che sia fruibile a tutti, un simile sistema garantisce una continua degenerazione e pauperizzazione dell’arte prima, e della società tutta poi. Ne consegue che, come in un circolo vizioso, sarà la gente stessa a invocare a gran voce la forca per tutti quegli artisti che porteranno avanti con coraggio e tra mille difficoltà un discorso serio, diverso, e che per tutta risposta sono bollati come cervellotici, snob, dannosi o almeno inutili, tutti rinchiusi nella loro torre a fare i fighi. Nella migliore delle ipotesi sono semplicemente ignorati. Gli esempi abbondano: ci sono grandi musicisti, talentuosi registi, bravissimi artisti visuali che sono costretti a lavorare per otto ore al giorno in tutt’altri settori, e che non riescono a fare quel che vorrebbero, per mille ragioni.  L’artista non dovrebbe passare la giornata a lavorare nel senso più becero del termine, ma a creare. E questo non farebbe certo di lui un fannullone: i criteri di valutazione di un artista non possono essere gli stessi di un operaio o di un manager. E’ questa uniformità dei criteri di giudizio che trovo ignobile e assurda. Ma forse queste sono solo le menate di un sognatore. Fosse per me ci dovrebbero essere delle forme di tutela che permettano a un artista di non star sempre a pensare a come arrivare alla fine del mese, e mi sembrerebbe una sacrosanta, piccola controparte di quanto l’artista offre. D’altronde l’ispirazione non è un rubinetto che apri e chiudi a piacimento, non funziona a orologeria, se devi lavorare a tempo pieno per vivere è assai difficile che la sera tu abbia voglia di imbracciare una chitarra o un pennello, alla fine abbandonerai tra mille rimpianti, rinuncerai alle tue passioni, e quel che è peggio priverai il mondo di un prodotto di valore. Per questi motivi, visto anche l’attuale crisi e la carenza di capacità critica del pubblico e relativa riluttanza e spendere per prodotti culturali, chi porta avanti, coraggiosamente e con coerenza un discorso diverso dal ciarpame di cui siamo quotidianamente inondati, a mio avviso va protetto, coccolato e ringraziato. Anche perché c’è un’altra grave implicazione, meno immediatamente percepibile. Quei pochi prodotti ancora validi che riescono miracolosamente a vedere la luce del sole, saranno sempre più di qualità inferiore rispetto al passato. Pure coloro che resistono, non riescono più ad avere né il denaro, né la mente libera per creare come vorrebbero e potrebbero. Per fare della grande arte non basta, purtroppo, un genio. Ci vogliono tempo, materiali, ricerche, attrezzature, galleristi o produttori illuminati e capaci. Non è certo questa l’ epoca di invocare Mecenate, ma già uno Stato meno approfittatore e soprattutto un popolo più consapevole non potrebbero che concordare sull’offrire agli artisti una qualche forma di privilegio, in termini economici e di considerazione sociale, in virtù del loro insostituibile e preziosissimo ruolo nell’arricchimento delle persone e nel conseguente miglioramento della società. D’altronde in altri paesi occidentali la situazione, se non perfetta, è di molto migliore rispetto alla nostra.
Ogni tanto provo a mettermi nei panni di un artista che, per tutte le ragioni sopra elencate, non riesce a far sì che la sua opera finita corrisponda all’idea che aveva nella sua testa, ed è una sensazione veramente frustrante. Poi mi rimetto nei miei, di panni, e è pure peggio. Io sono un critico d’arte e quindi faccio parte dell’ “indotto”, avrei bisogno di artisti in salute, grassocci e ben pasciuti, per poterli spremere come si deve, e invece con questi reietti morti di fame non c’è futuro…che disdetta, me tapino.

Mike Kelley (1954-2012)

“Sonic Youth, Nine Inch Nails, questi sì che sono gruppi sconosciuti!”
(Homer J. Simpson)

Ieri (o forse l’altroieri) è morto suicida Mike Kelley, uno dei maggiori artisti della contemporaneità. Personaggio eclettico e originale, Kelley si è mosso con destrezza, e con risultati spesso eccellenti, in numerosissimi campi di intervento. La radice comune di un’opera così variegata è l’elemento autobiografico unito a una costante e pungente critica alla cultura di massa, ai tabù sessuali, e più in generale, all’intera struttura sociale americana. Da amante (anche) della musica, non posso che ricordarlo attraverso la copertina da lui realizzata per “Dirty”, straordinario album dei Sonic Youth del 1992, coi quali Kelley palesa una certa comunanza di intenti: quella di descrivere un’America fragile e contraddittoria senza mai scadere nel facile e ruffiano slogan politico fomenta-giovani, ma restituendola attraverso il filtro della sfera più intima e personale, nonché quella di muoversi sicuri attraverso le più disparate sintassi: dalla performance ai dipinti,  dalle installazioni fino al ready-made per l’artista; dalla no-wave al punk, dal noise fino al grunge per la band di New York. Due monumenti, insomma, che hanno scritto un capitolo fondamentale del ricco e bellissimo libro delle interazioni tra arte visiva e musica rock, come già fatto in precedenza, solo per citarne qualcuno, da Andy Warhol e i Velvet Underground,  da Richard Hamilton e i Beatles, da Paul Whitehead e i Genesis, e recentemente (quanto sciaguratamente) rinverdita dal mediocre Hirst, prestato ai pessimi Red Hot Chili Peppers. Ma questa è un’altra storia. RIP, Mike.