Le donne che leggono sono bellissime

“Le donne che leggono sono pericolose – Una storia della lettura in immagini, dal XIII al XXI secolo”, è il titolo di un libro del 2007, uscito l’ 8 marzo di quell’anno.
Ruffianata a parte (d’altra parte stavolta non sarò esente da retoriche celebrative manco io), il titolo è piuttosto veritiero: sicuramente chi legge, uomo o donna che sia, è “pericoloso”, almeno nell’accezione più vitale e destabilizzante del termine, ma non è tanto questo che mi interessa. Il mio non è un sito di patetiche rivendicazioni sociali, per quello c’è già Repubblica.it e gli appelli di Saviano, né in fondo mi importa granché di un libro la cui prefazione è firmata “Daria Bignardi”. Tuttavia l’argomento è sicuramente affascinante, ed è una fortuna avere sul divano qui a fianco l’ ottima Marta, che ha scovato lo splendido video che vi propongo qui sotto. Prendendo spunto dal volume sopracitato, qualcuno ha raccolto una meravigliosa carrellata di dipinti che rappresentano, appunto, donne immerse nella lettura, arricchendo peraltro il tutto con le meravigliose note di Šostakovič. L’ insieme, benché privo di parole, è di rara eloquenza. Si tratta per lo più di donne colte in un atteggiamento intimo e quotidiano, quasi banale; donne inoffensive, a prima vista, eppure dotate di una forza dirompente, a cui certo contribuisce l’atto della lettura e tutto il corollario di cultura, consapevolezza e vivacità intellettuale a esso connesso. Queste donne, dolcissime e energiche, affettuose e indipendenti insieme, sono l’icona della femminilità moderna, o almeno di come dovrebbe essere.
Ecco, il mio piccolo, personale augurio per le donne, tutte le donne, (ve l’avevo promessa la retorica, eh) è di avere e saper mantenere il fascino e l’irriverenza della Lettrice di Federico Faruffini; la forza della Lettrice di Tamara de Lempicka; la profonda consapevolezza della Lettrice di Edward Burne Jones; la languida bellezza della Lettrice di Giocchion Toma; la calma della Lettrice di Carlo Perugini; la dolcezza della Lettrice di Camille Corot; l’eleganza immota della Lettrice di Iman Maleki; la vitalità della Lettrice di Jean-Honoré Fragonard; l’appagamento della lettrice di Jean-Etienne Liotard; la classe della Lettrice di Edward Hopper; la sensualità della Lettrice di Jean Jacques Henner; la curiosità della Lettrice di Pierre-Auguste Renoir;  la fantasia della Lettrice di Vincent Van Gogh; la vivacità della Lettrice di Henri Matisse. E la sensibilità della Lettrice di fianco a me.

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Lucio Dalla e l’ arte

Tra le altre cose, con Lucio Dalla è morto anche un grande e sincero appassionato d’arte, dai gusti raffinati e mai banali. Collezionista e amante passionale dell’arte tutta, ma in modo particolare delle opere di grandi suoi concittadini bolognesi del passato come Niccolò dell’ Arca o Guercino, Lucio Dalla ha coltivato, negli anni, anche numerose amicizie con alcuni dei maggiori protagonisti della scena artistica italiana, come Sandro Chia, Luigi Ontani e Mimmo Paladino. Quest’ultimo, col suo tipico tratto nervoso e espressionista, ha realizzato la copertina per Henna, album del 1993. Visto che adoro curiosità del genere -alle interazioni tra arte e musica pop ho dedicato anche un altro articolo-,  e forse qualcuno non ne era al corrente, questo è il mio piccolo modo di ricordarlo.

Rip

Giulio Bartolomei, I Rottami Riabilitati

“…anche l’uomo bianco scomparirà, forse prima delle altre tribù.
Continuate a contaminare il vostro letto,

e una notte sarete sommersi dai vostri stessi rifiuti.”
Capo Sealth, Tribù Duwanish

I critici d’arte e non solo, come è noto, sono per lo più delle forme di vita ignobili e senza scrupoli, che vivacchiano compiaciute e ottuse immerse in una presunta superiorità intellettuale e in una sicura e prezzolata mediocrità etica. E’ perciò quasi terapeutico, oltre che estremamente piacevole, gestire uno spazio come questo, libero e svincolato da qualsiasi becera logica di mercato; scrivendo per puro piacere, senza assilli di sorta, mi posso permettere, nel mio piccolo, di far “pubblicità” a chi voglio io, a coloro che se la meritano davvero, a coloro che hanno mantenuto una rettitudine etica invidiabile e che, pur tra le numerose difficoltà quotidiane, non si sono mai sentiti di dare un mero impatto di mercato al proprio lavoro. Giulio Bartolomei, pittore romano del quale ho l’onore di essere amico,  appartiene senza alcun dubbio alla categoria. E’ un artista vero, Giulio, uno capace di accogliere con enorme recettività gli stimoli esterni ma anche di procedere dritto e sicuro sulla sua strada, incurante sia delle mode futili, sia delle sue ormai 86 primavere, che porta con la leggerezza, l’ironia e l’eleganza di chi, raggiunte soglie anagrafiche importanti, ancora è animato, come un ventenne, dalla voglia di scoprire, dalla curiostà di cercare e dall’ umiltà di provare. Diretta conseguenza di un’ intelletto così recettivo è la grande varietà di tematiche affrontate da Bartolomei, che vanno dalle denunce sociali e ambientali care alla filosofia hippie a tematiche di scottante attualità, per approdare sovente a generi più “leggeri”, come la riproposizione in chiave ironica di opere di grandissimi maestri del passato o confrontarsi, con esiti molto positivi, con il genere del paesaggio, marino innanzitutto, quello della sua amatissima e mai dimenticata San Beledetto del Tronto. In ogni caso, come scrisse Ernest Ludwig Kirchner “ogni uomo è figlio del suo tempo; anche l’artista e il suo lavoro, se veramente esso ha un valore dipende dal tempo, per un processo consapevole o inconsapevole.”  Bartolomei non si sottrae certo a questa regola: veniva da San Benedetto del Tronto, all’epoca un piccolo borgo di pescatori, da una vita caratterizzata da gesti lenti, ancestrali e immoti, dal mare Adriatico che senza asperità, dolcemente, si adagiava sul bagnasciuga, e non si abituerà mai al caos della metropoli, che vedrà sempre nei suoi aspetti più plumbei, tentacolari e inumani. D’ora in avanti la sua opera risentirà moltissimo di questa sottile quanto inossidabile  inquietudine, mutando radicalmente.
E proprio da questo martellante e continuo senso di ansia che nasce la sua serie più fortunata: “I rottami riabilitati”, esposta con grandissimo successo di pubblico e di critica presso il centro “Insieme per fare”  in Piazza Roccia Melone, al quartiere Montesacro, Roma, nell’ ottobre 1983.
L’ idea germoglia in lui grazie all’ incontro di differenti stimoli,  peraltro lontanissimi tra loro, seppur sempre nell’ ambito della figurazione. Bartolomei sembra qui risentire della poetica Pop che a Roma aveva trovato un così fertile terreno di sviluppo anni prima con la Scuola di Piazza del Popolo, corroborata dalla presenza “straniera” di Cy Twombly e quella occasionale di Robert Rauschenberg, che aveva già esposto nel 1953 alla Galleria “L’ Obelisco”, ponendo anzitempo importanti pietre per lo sviluppo di questo linguaggio.
La magnificazione e la reiterazione di oggetti tratti dalla banalità quotidiana e enucleati dai loro consueti contesti, in composizioni un po’ ridondanti e fredde costituisce l’ intento peculiare dei pop-artist, a cui, specie in Europa, non è estranea una precisa componente politica e sociale di sottofondo.
Scendendo maggiormente nel particolare, l’artista sembra qui risentire, nella scelta dei soggetti, delle opere dichiaratamente pop, rappresentanti vedute urbane e oggetti del quotidiano, che dipingeva precocemente, fin dai primissimi anni ’50, sempre a Roma, Titina Maselli.
Inoltre, verso la metà degli anni ’70  rimane molto colpito e affascinato dalle “Isole di statue” che andava eseguendo in quegli anni Salvatore Fiume, dove gruppi di immense sculture si sostituiscono al terreno per farsi paesaggio esse stesse.
Bartolomei accoglie lo spunto solo per immaginare un mondo dove il terreno è interamente sostituito da oggetti ammassati, ma l’uso che ne fa è profondamente diverso. Non c’è spazio per il lirismo e le ragioni onirico-mitologiche di sapore metafisico e antico che animavano il pittore siciliano, l’ artista marchigiano usa quella suggestione per concepire un mondo allucinato, alienante, rappresentazione forse di un non lontano futuro, quando i rifiuti della civiltà urbana ci avranno sommerso senza più via di scampo. I rottami di auto si sostituiscono letteralmente alle colline, alle spiagge, ma anche agli stessi palazzi.
L’ orizzonte scompare asfissiato dietro queste carcasse metalliche, espressione ulteriore degli effetti negativi causati dal capitalismo, dal progresso selvaggio e fuori da ogni controllo. Il bambino che guardava con curiosità i gesti sapienti dei pescatori che cucivano le reti, è costretto dalla vita a scontrarsi fragorosamente coll’assordante e insensato frastuono della metropoli. E’ questo il fulcro attorno al quale ruota tutta la poetica dell’artista, incentrata sulla dicotomia  progresso-ritorno alle origini e relativi sottosistemi: città-natura, razionalità-istinto, oppressione-libertà, apatia- passionalità.
I rottami, scarnificati e come ossificati ci circondano, invadono il nostro spazio vitale, ci scrutano con le loro occhiaie vuote come fossero consapevoli del pessimo destino che ci attende. Bartolomei rende con tragica evidenza il senso di asfissia derivato dall’ accumularsi sregolato dei rifiuti urbani che ci minacciano ad ogni istante.
La pittura è analitica, fredda e obiettiva, l’atmosfera quasi metafisica, l’artista costruisce terribili scenografie e compone musiche ovattate, ambigue e inquiete, al servizio di figuranti inconsapevoli e impauriti: noi. In un quadro come “Assedio 1”, il punto di vista estremamente basso, posto all’altezza del terreno, accresce significativamente il senso di angoscia e di claustrofobia già anticipato del titolo; la città, rappresentata  dai rottami che sembrano incombere minacciose sullo spettatore, diventa simbolo di emarginazione, solitudine, disperazione.

Le carcasse metalliche si sono appropriate degli spazi dell’uomo e della sua stessa vita, il progresso malato ci ha fatto perdere la voglia di esistere e vivere.
Le figure che cominciano ad apparire su queste tele  (Alienazione urbana, 1978) sono come schiacciate, sopraffatte dai rottami, sono uomini ridotti a larve, esseri umani svuotati dell’ anima, che specchiandosi nel riflesso di lamiere e paraurti  si fanno consci della loro tragica esistenza.

La luce si fa livida e crepuscolare, le albe inquinate, i gesti di disperazione testimoniano la speranza caduta di un’umanità che ha perso se stessa.Tutto concorre a formulare allarmanti richiami a ciò che la città, Roma, nello specifico, è diventata e diventa. Questi quadri, prima ancora e più efficacemente di qualunque analisi sociologica e urbanistica, rendono palese la drammatica e insostenibile esistenza dell’ uomo, ormai ridotto a un automa, in una sua struggente, ininterrotta ma soffocata aspirazione ad altro. Tuttavia questa serie, come ogni altra prova di carattere “sociale” di Bartolomei, racchiude in sé e custodisce gelosamente qualcosa di più che una semplice testimonianza o denuncia: è la capacità di commisurare ai sensi e ai bisogni dell’ uomo lo spazio e la realtà, Giulio ne segue gli effetti non solo in superficie, ma anche nel profondo dei sentimenti e delle sensazioni. Sono opere che pongono chiari i limiti di ciò che non deve essere, e proprio per questo motivo conservano un fioco barlume di speranza, specialmente negli ultimi quadri della serie, che resiste e getta le basi del nostro nuovo impegno civile collettivo. Sta appunto alla nostra coscienza raccogliere tali indicazioni, che sono elementi costituenti del “progetto supremo”, che recupera le ragioni di una vita felice e di una città finalmente e godibilmente umana.
Questo ottimismo, seppur cauto e dubbioso trae ancora una volta linfa vitale dalla natura, madre piena di benevolenza che sa però essere terribile, maestosa, forte e spietata (Rivolta del pianeta, 1981).

Da un punto di vista formale la tavolozza inizia dubbiosa a  schiarirsi, le campiture si allargano. I colori tornano brillanti e meno oppressi dallo smog, l’atmosfera si fa a poco a poco sempre più vivibile.
L’ operato negativo dell’ uomo viene mano a mano trasformato, plasmato in paesaggi di suggestiva decadenza, che vanno aprendosi, lasciando il posto a tenaci lembi di spiaggia superstiti, purificati “dalla riattivata digestione della Terra” i quali accolgono teneramente in sé il simbolo stesso del cerchio della vita che continua: la coppia, manifestazione fenomenica e particolare dell’ amore universale che, nonostante tutto, regola ancora le nostre esistenze e il mondo circostante  (L’ultima spiaggia, 1979).

È una coppia nuda  ma che non conserva più alcunché di erotico, è il ritorno a un’ umanità primigenia e libera, che si abbandona tra le braccia della natura e confida in essa.
Una coppia denudata e liberata, non più drogata dall’ efficientismo tecnologico e dagli effetti deleteri dell’ urbanizzazione, un’ umanità finalmente e totalmente emancipata da tutte le strutture moderne, primitiva, selvaggia, quasi animalesca che, concetto quasi nietzschiano, spogliata di ogni convenzione, regola e obbligo, può ora intuire e forse comprendere la vera essenza dell’Universo e ricominciare, in un ideale ritorno alle origini, a godere della vita (Riappropriazione, 1983).

 Ed ecco come si giunge, repentinamente, al “rottame riabilitato”. Una volta constatato che la poesia, la pittura, o qualunque altra manifestazione fenomenica delle passioni o dei sentimenti umani in fondo resta imperturbata o forse appena sfiorata dalle vorticose e incessanti trasformazioni del mondo esterno – il puro sentimento di amore o anche di odio che animava un uomo della preistoria o dell’ antichità è verosimilmente lo stesso che  ravviva le nostre esistenze-  la macchina, precedentemente rifiutata, triste carcassa di un benessere già consumato, diventa paesaggio non solo accettato, ma anche ammirato a mo’ di reperto e testimonianza di una terribile civiltà che ha saldato il suo conto con la storia estinguendosi (Contemplazione del paesaggio, 1982).

I rottami, che portano i segni del processo di imbiancamento e corrosione proprio di un reperto archeologico, si fanno ordinario arredo urbano e sfondo di incontri, ancora una volta, lieti e passionali (Salotto urbano, 1981, fig22).

L’ amarezza iniziale si è andata lentamente trasformando, dapprima in abitudine e poi, paradossalmente, in compiaciuta presenza. Tale mutazione ricalca in modo esemplare la natura spirituale e la poetica pittorica di Bartolomei. La sua ispirazione si nutre  del mondo attorno a lui, trae origine dal reale.
La sua analisi, sempre attenta, sa essere caustica ed impietosa,costituendo la premessa a una sorta di “poesia negativa” o “anti-poesia”, incentrata sulla realtà a lui più prossima, la megalopoli tentacolare ed esasperante, nei cui labirinti l’ individuo è portato a perdersi. La città, immaginata o forse vissuta come amalgama assai minaccioso di cemento, smog, lamiere e individui non più individualizzati sembra in un primo momento mortificare e sopprimere  qualunque tentativo di reazione a questo grigiore imperante, a questa sorta di nichilismo dalle tinte fosche e tragiche. Tuttavia, seppur venato di inquietudine, lo spirito di Bartolomei, che prelude alla sua poetica, è in fondo vitale, gioioso ed ottimistico, non manca mai una visione finale positiva, simboleggiata dai due giovani innamorati  immersi in ciò che rimane della natura, residuo di Arcadia, in un tripudio di vita e di amore, più forte di qualunque tentativo dell’ uomo stesso, consapevole o meno, di porvi fine. Queste opere non sono dunque mere rappresentazioni di fatti di cronaca o della realtà quotidiana narrati con oggettività, in maniera obiettiva. Tutt’ altro: Bartolomei, naturista della prima ora e fiero sessantottino, non fa che “pubblicità” a se stesso e ai suoi ideali. La sua ispirazione, è vero, nasce dall’ attenta osservazione della realtà, ma ciò che preme all’ artista è riportare sulla tela la sensazione che  tale vista provoca nella sua interiorità. Ciò che  propone è il fatto sociale filtrato però prima dalla sua coscienza di artista. Da ciò si evince che  non è mai stata una sua linea di ricerca quella di fare dell’ arte didascalica o in qualche maniera educativa. Bartolomei ha sempre fatto dell’ arte per l’ arte, e l’ unica via percorsa è stata quella del suo piacere o della sua necessità interiore. Ciò che più anzi  lo interessa davvero è  riuscire a conservare nel dipinto la traccia del sentimento  che lo ha spinto a creare, stando bene attento che la sintassi pittorica o comunque le esigenze di ricerca estetica non distruggano, dato che l’ emozione non ha parole, la raffigurazione di sensazioni ed emozioni.

Incidi un capolavoro? Ligabue prende i soldi

Il seguente articolo non parla di arti visuali in senso stretto, tuttavia ho voluto dargli ugualmente lo spazio che secondo me merita. D’altronde io non credo affatto in una rigida ripartizione delle arti in branche che non comunicano tra loro, convinto come sono che la sensibilità alla base del processo creativo sia sempre la medesima, sia che ci si esprima con un pennello, sia coi bonghi, sia con la colla vinilica e le forbici con la punta arrotondata, sia anche con la mimica facciale. Recentemente sta spopolando in rete questo video, dove volti  più o meno noti fanno un amaro punto della situazione per ciò che riguarda le politiche mafiose e corrotte della SIAE e specialmente dell’IMAIE. Certo, pare il solito lamento all’italiana, e è anche fastidioso vedere la faccia di Scamarcio che piagnucola perché si sente poco tutelato, tuttavia la situazione è veramente drammatica e c’è poco da ironizzare. O meglio, ci sarebbe molto da ironizzare, ad esempio sul fatto che dello scorso marzo la SIAE, struttura che come si sa dovrebbe avere l’intelligenza e il dinamismo per lanciare nuove strategie e saper cogliere al volo quanto offerto dalle nuove tecnologie,  è nelle rugose e tremolanti mani di questa simpatica cariatide (foto),  Gian Luigi Rondi, classe 1921, che probabilmente ascolta musica sui dischi di coccio e nel tempo libero si diletta con la ghironda. Ma non divaghiamo. Quello che c’è di buono è che, nei momenti di maggiore difficoltà, esce sempre qualcuno con le palle e il seguito necessario per riuscire a combinare qualcosa di concreto. In questo caso quel qualcuno è Umberto Palazzo, musicista che per inciso adoro, leader del Santo Niente, del Santo Nada, cantautore e DJ , o più brevemente “mina vagante della musica rock”, come si autodefinisce sul suo attivissimo profilo Facebook. Chi non lo conoscesse e volesse approfondire, può farlo iniziando da questo pezzo, scelto senza motivo, giusto perché mi commuove tutte le volte.
Ma tornando a noi. Umberto, uno che in virtù di una carriera trentennale conosce molto bene i meccanismi dell’ iniqua distribuzione dei diritti d’autore, sta cercando di ottenere quanto più appoggio possibile per formare una class-action, unico modo, forse, per liberare una grande parte dell’arte prodotta in questo paese dalle strettissime maglie burocratiche di una società che, così come è strutturata in Italia, non ha eguali in Europa. Insomma, la solita storia dei pesciolini piccoli che, se vogliono farsi sentire e sconfiggere quello gigante, devono necessariamente unire le forze. Di solito non combinano un cazzo lo stesso, ma almeno non avranno lasciato niente di intentato. Mi pareva giusto, nel mio piccolo, contribuire a diffondere il testo integrale redatto da Umberto stesso, che vi invito a leggere e, qualora lo vogliate, a diffondere. Un paese che mortifica la creatività è un paese finito.
Grazie.

-I soci SIAE sono divisi in due fasce. Una fascia A formata dagli autori più ricchi a cui toccano priviliegi incredibili quali la suddivisione del “calderone” (spiego più giù cos’è) e una fascia di 20/30.000 autori e compositori ai quali viene sottratta anche una buona parte di quello che spetterebbe loro di diritto.

 Come avviene ciò?

Tramite la ripartizione “a campionamento” e la divisione del “calderone” solo fra soci maggiori.

E’ un meccanismo chiaramente iniquo, che costituisce un arricchimento senza causa dei soci maggiori e dei loro editori, che sono sempre dei gruppi economici potentissimi

Io propongo un’azione politica che porti al cambiamento di questa palese ingiustizia, tramite una nuovo regolamento e propongo che si inizi con una class action, che, anche se ha poche possibilità di vittoria in tribunale, può fare molto rumore e portare l’opinione pubblica dalla nostra parte. E’ il momento giusto: si parla di modernizzare il paese e di scardinare vecchi e ingiusti privilegi, quindi ci conviene attaccare prima che si scopra (che qualcuno s’inventi) che abbiamo qualche privilegio che non sapevamo di avere. Inoltre se saremo in tanti, oltre a far rumore, ci costerà poco.

Non so se tutti sappiate come la SIAE ripartisce i proventi delle serate da ballo e i concertini.

In sintesi:

i programmi musicali verdi, cioè quelli che compila il dj, vengono pagati “a campionamento”, cioè la SIAE manderebbe ogni anno i suoi ispettori a 500 serate (si dice) e questi prenderebbero nota dei pezzi più suonati in quelle serate (in base a quale criterio vengano scelte le serate non è dato sapere, ma possiamo facilmente immaginarcelo visto che i piccoli soci non possono controllare questi controllori).

Tutto il ricavo annuo di tutte le feste da ballo che si fanno in Italia viene poi ripartito fra i pezzi più suonati in quelle serate scelte in maniera arbitraria, cioè nessuno legge quei borderò verdi che vengono compilati a centinania di migliaia. Ovviamente i brani prescelti sono famosissimi, perché suppongo gli ispettori non vadano in giro con shazam, visto che la normativa è più vecchia della app, anzi sull’ultimo numero di Vivaverdi ho appena letto che l’uso di Shazam è assolutemente escluso. Quindi (pazzesco ma è così) i pezzi che vengono pagati (e si tratta di un alluvione di denaro se solo pensate a quante serate si fanno nel fine settimane nei vostri paraggi), sono solo quelli che il funzionario preposto conosce e magari il burocrate in questione è un ex carabiniere piuttosto anziano, come mi è capitato.

E già fa malissimo al cuore.

La cosa che forse non sapete, infinitamente più grave, è che dal 2007 anche per il 75 per cento dei concerti (i programmi musicali rossi) la ripartizione si fa nello stesso modo e l’obiettivo è chiaramente quello di arrivare al 100%, cioè non dare più nulla ai piccoli soci. L’altro 25% è analizzato ad estrazione (ma basta mettere una lettera fuori da uno spazio perché il programma sia annullato e allora tutto nel calderone).

La scusa: è stata scoperta un’orchestra in Campania che falsificava i programmi musicali, cioè su questi scriveva solo brani del capo-orchestra.

Praticamente non si prende neanche in considerazione l’idea che ci siano artisti che suonino solo musica di propria composizione. Nell’immaginario corrotto di chi fa i regolamenti Siae esistono solo le orchestra che eseguono i successi dei supersoci.

Questo va cambiato perché non è tollerabile suonare dal vivo per fare arricchire ancora di più Zucchero e Co. In generale non trovo tollerabili le ingiustizie e questa ci tocca tutti personalmente.

Inoltre tutto il fiume di soldi che arriva dalla filodiffusione nei locali pubblici, la tassa sui cd vergini e altre utilizzazioni finisce nel cosiddetto “calderone” che viene ripartito fra i super-soci e sono cifre enormi.

In questo caso, se ci fosse un euqua divisione ci toccherebbero magari degli spiccioli, ma decine di migliaia di piccolissime quote fanno milioni di euro per poche persone che hanno solo il merito di essere già ricche. Vi pare giusto?

A presto

QUESTIONI FREQUENTEMENTE SOLLEVATE

1) per fare  una class action bisogna che tutta la categoria sia coinvolta, quindi fate conoscere questa cosa a tutti i musicisti che conoscete, se siete d’accordo

2) La Siae ha il monopolio. Non si possono creare sistemi alternativi e anche se iscritti all’estero dovete passare da lei.

3) non iscriversi non serve a niente (nella stragrande maggioranza dei casi)* anzi favorisce i supersoci perché i locali devono comunque pagare per farvi suonare. Se non siete iscritti i soldi versati per il vostro concerto andranno ai supersoci al 100%, mentre oggi beccano il 75%. Se non v’iscrivete aumentate di un quarto la ricchezza di gente già ricca da far schifo

4) non c’è nessuno interessato a combattere questa battaglia al nostro posto e non ci può essere perché sono i nostri diritti e i nostri soldi. Chi non combatte peri propri diritti (e per i propri soldi) è destinato a perderli ed è esattamente perquesto motivo che siamo arrivati a questo punto, ma prima non c’era facebook ed era molto difficile fare rete.

*in realtà nulla se non una tassa di quattro o cinque euro sarebbe dovuta alla Siae se l’autore delle composizioni non fosse iscritto ad essa o ad altra società internazionale convenzionata.

Il problema è che per far valere questo diritto bisogna ingaggiare una battaglia con la sede locale Siae che di default dice sempre che bisogna pagare comunque. La più grave anomalia della Siae rispetto ai suoi equivalenti internazionali è che svolge funzioni di esazione per conto dello Stato che finiscono inevitabilmente per diventare più importanti delle funzioni di raccolta del diritto d’autore ed è per questo che ha l’aspetto arcigno e non collaborativo che ci mostra quotidianamente. Sono pochi i gestori di quei locali dove normalmente si svolgono i concerti di base che abbiano voglia di intraprendere una battaglia frontale con la Siae, perché sanno di non trovarsi davanti la Società degli Autori, ma un ufficio delle tasse collegato ad altri apparati di controllo e repressione dello stato (e chi ha gestito un locale sa che basta una folata di vento per essere spazzati via).

E’ molto differente il caso di impresari indipendenti che non abbiano un’attività continuativa, quindi non hanno un’attività economica identificabile con un locale che per forza di cosa deve fornire una proposta articolata per la quale è indispensabile venire a patti con la Siae per mantenere buoni rapporti e non rischiare di subire ritorsioni che potrebbero essere letali per l’esitenza stessa del locale.

Inoltre può variare il potere contrattuale e politico dell’organizzatore. Ovviamente un impresario che compra anche grandi quantitativi di biglietti per grandi eventi ha un rapporto con la Siae molto diverso rispetto a al gestore di un microlocale che fa concerti per cento persone.

Un altro problema è che spesso gli ispettori della Siae sono genuinamente ignoranti delle sfumature della legge, ma sono propensi ad usare il pugno di ferro con quelli che per loro sono comunque dei trasgressori della legge.-

L’artista, ‘sto maledetto morto di fame

Italia, A.D.2012: dopo anni di soprusi, sfottò, sconfitte, frustrazione e grigiore, il popolo di sinistra, anche quello colto, se la ride. Addio ladri, cialtroni, magheggi all’italiana, nullafacenti, volgarità gratuite, ingerenze cattoliche;  benvenute cultura europeista, laicità, sana competizione, meritocrazia, serietà. Finalmente l’Italia tornerà a ricoprire il posto che le spetta nello scacchiere internazionale! Evvai!  Si ha un gran da fare a sciorinare tutte le parole feticcio della nuova Italia: efficienza, dovere, senso di responsabilità, disciplina, onore, ordine.
Che bello!
Ora io dico, tanto per cominciare: ma non erano tutte parole d’ordine fasciste, con cui da sempre si riempiono la bocca i più ferrei conservatori? Uomini nuovi di sinistra, progressisti, traghettatori della futura umanità illuminata, rivoluzionari 2.0, mi rivolgo a tutti voi: non gli rubate proprio tutto ai fasci, qualcosa lasciategliela. Che ne so, almeno la disciplina, o l’onore. Pare brutto, poverini, c’hanno messo tanto a formulare questi concetti, con quelle piccole testoline pelate…
Stando così le cose vien da sé che, se non ti adegui, le maglie fitte di una società così asfissiante e tentacolare finiranno per stritolarti o escluderti. Manco a dirlo, il mondo della Cultura è il primo e più vistoso invalido di questa assurda guerra d’efficienza. La considerazione di cui gode chi produce cultura, nell’immaginario collettivo, non è mai stata così risicata. L’artista, grazie a queste logiche di concezione dell’esistenza in termini di produttività, è visto fondamentalmente come uno che non partecipa al farsi il mazzo collettivo, un perdigiorno, un parassita che pretende di mangiare con quello che viene considerato un hobby. L’arte diventa una baggianata, il passatempo odioso di chi non ha problemi a sbarcare il lunario. L’artista è improduttivo, non serve a niente, non giova ai conti, né al rating o allo spread, non si spacca la schiena come tutti i bravi lavoratori padri di famiglia, con le dita callose, che hanno fatto grande questo paese; l’artista, per la gente comune, è un’erbaccia da estirpare, con le sue strane idee avulse e sconclusionate. Ovviamente i governanti, qualunque essi siano, non hanno nulla in contrario, anzi. L’ignoranza è l’amica del cuore delle oligarchie, la buonanima di Trozkij lo diceva già  cent’anni fa: “al fine di trasformare la scietà, è necessario che la classe lavoratrice possa innanzitutto padroneggiare tutta la conoscenza“. Operazione rovinosamente fallita. Frasi come “con la cultura non si mangia” di quello con la erre moscia, o “artisti, a lavorareeee!“, di quell’altro piccolino, assieme a rivoltanti mosse come quella di racimolare l’elemosina per il Fondo Unico per lo Spettacolo dall’aumento delle accise sul prezzo della benzina, dovrebbero rendere sufficientemente l’idea e convincere gli scettici sul sistematico tentativo del Potere di distruggere alla base qualunque forma di creatività che non sia squallido intrattenimento o sentimentalismo a buon mercato. Ci preferiscono mediocri, e mediocri ci avranno. Questo perché la Cultura è temuta, la Cultura può offrire nuove chiavi di lettura, nuove consapevolezze, la Cultura ci sottrae dall’appiattimento, ci rende unici, e nella stringente logica del “produci-consuma-crepa”, l’unicità non è gradita. La situazione è chiara: riducendo il livello artistico e culturale alla semplicità minima, di modo che sia fruibile a tutti, un simile sistema garantisce una continua degenerazione e pauperizzazione dell’arte prima, e della società tutta poi. Ne consegue che, come in un circolo vizioso, sarà la gente stessa a invocare a gran voce la forca per tutti quegli artisti che porteranno avanti con coraggio e tra mille difficoltà un discorso serio, diverso, e che per tutta risposta sono bollati come cervellotici, snob, dannosi o almeno inutili, tutti rinchiusi nella loro torre a fare i fighi. Nella migliore delle ipotesi sono semplicemente ignorati. Gli esempi abbondano: ci sono grandi musicisti, talentuosi registi, bravissimi artisti visuali che sono costretti a lavorare per otto ore al giorno in tutt’altri settori, e che non riescono a fare quel che vorrebbero, per mille ragioni.  L’artista non dovrebbe passare la giornata a lavorare nel senso più becero del termine, ma a creare. E questo non farebbe certo di lui un fannullone: i criteri di valutazione di un artista non possono essere gli stessi di un operaio o di un manager. E’ questa uniformità dei criteri di giudizio che trovo ignobile e assurda. Ma forse queste sono solo le menate di un sognatore. Fosse per me ci dovrebbero essere delle forme di tutela che permettano a un artista di non star sempre a pensare a come arrivare alla fine del mese, e mi sembrerebbe una sacrosanta, piccola controparte di quanto l’artista offre. D’altronde l’ispirazione non è un rubinetto che apri e chiudi a piacimento, non funziona a orologeria, se devi lavorare a tempo pieno per vivere è assai difficile che la sera tu abbia voglia di imbracciare una chitarra o un pennello, alla fine abbandonerai tra mille rimpianti, rinuncerai alle tue passioni, e quel che è peggio priverai il mondo di un prodotto di valore. Per questi motivi, visto anche l’attuale crisi e la carenza di capacità critica del pubblico e relativa riluttanza e spendere per prodotti culturali, chi porta avanti, coraggiosamente e con coerenza un discorso diverso dal ciarpame di cui siamo quotidianamente inondati, a mio avviso va protetto, coccolato e ringraziato. Anche perché c’è un’altra grave implicazione, meno immediatamente percepibile. Quei pochi prodotti ancora validi che riescono miracolosamente a vedere la luce del sole, saranno sempre più di qualità inferiore rispetto al passato. Pure coloro che resistono, non riescono più ad avere né il denaro, né la mente libera per creare come vorrebbero e potrebbero. Per fare della grande arte non basta, purtroppo, un genio. Ci vogliono tempo, materiali, ricerche, attrezzature, galleristi o produttori illuminati e capaci. Non è certo questa l’ epoca di invocare Mecenate, ma già uno Stato meno approfittatore e soprattutto un popolo più consapevole non potrebbero che concordare sull’offrire agli artisti una qualche forma di privilegio, in termini economici e di considerazione sociale, in virtù del loro insostituibile e preziosissimo ruolo nell’arricchimento delle persone e nel conseguente miglioramento della società. D’altronde in altri paesi occidentali la situazione, se non perfetta, è di molto migliore rispetto alla nostra.
Ogni tanto provo a mettermi nei panni di un artista che, per tutte le ragioni sopra elencate, non riesce a far sì che la sua opera finita corrisponda all’idea che aveva nella sua testa, ed è una sensazione veramente frustrante. Poi mi rimetto nei miei, di panni, e è pure peggio. Io sono un critico d’arte e quindi faccio parte dell’ “indotto”, avrei bisogno di artisti in salute, grassocci e ben pasciuti, per poterli spremere come si deve, e invece con questi reietti morti di fame non c’è futuro…che disdetta, me tapino.

Mi faccia tre etti d’arte, grazie

Giro in rete e sbatto il muso, con colpevole ritardo, su quest’uomo meraviglioso, Andrea Diprè,  il perfetto connubio tra Niccolò Ghedini e l’indimenticato Daniele dell’Artigiana. Ebbene quest’ uomo dall’aspetto mite e pacioccone (la frenologia è stata smentita già da un po’, in effetti) non fa il commercialista come ci si aspetterebbe; è invece proprietario di due canali televisivi su Sky (865 e 916) e dice di essere un critico d’arte. Di più: si autodefinisce trionfante sul suo fantastico sito “The most famous art critic in the world”, o anche “IL critico”, millanta di possedere una importantissima Galleria d’arte a New York, e in generale si presenta come colui che, grazie alle tv di cui è proprietario, smaschererà il grande inganno dell’arte contemporanea e che, novello Robin Hood prestato alla cultura, diffonderà la vera arte e restituirà il posto al sole che spetta loro a grandi personalità rimaste nell’ombra e in una clandestina medietà a causa delle logiche mafiose e clientelari che regolano il torbido mercato dell’arte.  Diprè, nel suo video-manifesto programmatico che parte in automatico non appena si accede al suo sito, e che infatti ti fa prendere un colpo, rinnega così tutta la critica e le gerarchie artistiche dell’ultimo secolo, che reputa di nessun valore reale. E’ veramente dura non trovarlo almeno un po’ simpatico. Da teleimbonitore arringa popolo quale è se la prende con quell’arte “che saprei fare pure io”, e propone con argomenti da terza media un sano ritorno all’arte da cavalletto, quella tradizionale, realista e che mostri il “mestiere”, ovviamente al fine di raccogliere consensi tra quei quattro analfabeti che possono seguire i suoi programmi. Ma c’è anche un’altra caratteristica che per Diprè è  fondamentale nell’ individuazione del vero artista:  i soldi. Il grande artista, per Diprè, è colui il quale lo paga profumatamente per essere recensito positivamente. E pure qui non ci sarebbe nulla di troppo strano, purtroppo funziona così abbastanza spesso, è eticamente deprecabile ma tant’è, l’arte è considerata una merce alla stregua delle altre, e perciò è soggetta ai dettami e agli andamenti del mercato.
Grazie, capitalismo!
Ma sto divagando.
La cosa che distingue questo ceffo dai “normali” critici, oltre all’evidente inettitudine, è l’ assoluta e programmatica mancanza di decenza. Gli “artisti” elogiati da Diprè nei suoi programmi (e cioè coloro che sono caduti nella sua rete) sono un fantastico campionario che pare uscito da un bestiario medievale: poveri derelitti, battone, disturbati mentali e vecchi con più d’un piede nella fossa, tutti però accomunati da un elemento comune: sono degli incapaci reietti di cui lo scaltro Diprè si approfitta. In soldoni Diprè, con lo specchietto per allodole della visibilità televisiva, scuce un bel po’ di grana  dalle tasche di tutti questi poveri rincoglioniti con mirabolanti promesse di visibilità, e conseguente entrata trionfale nel mercato che conta. Ovviamente, visto che Diprè non è neanche un vero critico, e non ha alcuna credenziale per diventarlo, questa promessa non si concretizzerà mai,  e a quei disgraziati resta solo un video di Youtube e i relativi commenti derisori. Ne ho selezionati giusto un terzetto, secondo me irresistibili e da non perdere assolutamente:

Il vigoroso Osvaldo Paniccia e i suoi commoventi gamberi…

…la passionaria e glitterata Elena Sirtori…

…e infine un personaggio diverso, l’inquietante Vincent Cappelli, un performer e artista non figurativo. Un personaggio lontanissimo dai rassicuranti modi degli artisti che di solito tanto piacciono a Diprè, ma ha pagato pure Cappelli, e perciò tocca dire bene pure di ‘sto tonto che pare incagliato tra le mangrovie:

E’ uno spettacolo grottesco, patetico come pochi altri. Anche comico, se non fosse vero. Mi viene in mente il grandissimo Corrado Guzzanti e la geniale trovata del mercante d’arte su Teleproboscide. Manco a dirlo, nel giro di pochi anni la finzione è stata doppiata dalla realtà.  Il “nascondista” Mutandari, a confronto di questi poveri scemi di guerra, è un novello Giotto. Comunque Diprè ha ottenuto ciò che voleva: visibilità. E’  finito anche a Mi manda Rai 3, lasciando ai posteri un formidabile alterco con Achille Bonito Oliva, che purtroppo, ignaro forse del vecchio adagio per cui non bisogna mai discutere con un cretino, scende al suo livello e dà il suo contributo alla pagliacciata generale.

In definitiva, mi pare stupido star qui a farvi la morale invitandovi a non fidarvi di questi cialtroni o a dirvi che non esistono né scorciatoie né Deus ex Machina, e che la strada verso la gloria è lunga e tortuosa. Dunque farò di più. VI REGALO UNA GRANDE OPPORTUNITA’!  Quella di essere recensiti su questo sito da un CRITICO D’ARTE VERO! Alla modica somma di 500 Euro, dico quel che vi pare! Inventiamo insieme nuove correnti artistiche! Sputtaniamo il lavoro di centinaia di studiosi seri! Non perdere quest’occasione! Per il mese di febbraio, ai primi 10 che mi scriveranno, in omaggio l’esclusiva e introvabile lista dei migliori vernissage primaverili dove mangiare delizie e bere champagne a scrocco! Non perdere quest’occasione! Contatta David Menghini, the ultimate art critic in the Universe! Ti aspetto!

Scherzo, eh…se sapessi dove andare a mangiare a scrocco non verrei certo a dirlo a voi.

Mike Kelley (1954-2012)

“Sonic Youth, Nine Inch Nails, questi sì che sono gruppi sconosciuti!”
(Homer J. Simpson)

Ieri (o forse l’altroieri) è morto suicida Mike Kelley, uno dei maggiori artisti della contemporaneità. Personaggio eclettico e originale, Kelley si è mosso con destrezza, e con risultati spesso eccellenti, in numerosissimi campi di intervento. La radice comune di un’opera così variegata è l’elemento autobiografico unito a una costante e pungente critica alla cultura di massa, ai tabù sessuali, e più in generale, all’intera struttura sociale americana. Da amante (anche) della musica, non posso che ricordarlo attraverso la copertina da lui realizzata per “Dirty”, straordinario album dei Sonic Youth del 1992, coi quali Kelley palesa una certa comunanza di intenti: quella di descrivere un’America fragile e contraddittoria senza mai scadere nel facile e ruffiano slogan politico fomenta-giovani, ma restituendola attraverso il filtro della sfera più intima e personale, nonché quella di muoversi sicuri attraverso le più disparate sintassi: dalla performance ai dipinti,  dalle installazioni fino al ready-made per l’artista; dalla no-wave al punk, dal noise fino al grunge per la band di New York. Due monumenti, insomma, che hanno scritto un capitolo fondamentale del ricco e bellissimo libro delle interazioni tra arte visiva e musica rock, come già fatto in precedenza, solo per citarne qualcuno, da Andy Warhol e i Velvet Underground,  da Richard Hamilton e i Beatles, da Paul Whitehead e i Genesis, e recentemente (quanto sciaguratamente) rinverdita dal mediocre Hirst, prestato ai pessimi Red Hot Chili Peppers. Ma questa è un’altra storia. RIP, Mike.