Sul Primo Maggio, di nuovo

C’erano tempi in cui le lotte dei lavoratori avevano anche un’estetica straordinaria, poi arrivò il Concertone del primo maggio.

“Io che mi trovavo senza volerlo al centro della mischia, vedevo innanzi a me la bara tutta coperta di garofani rossi ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarrirsi , i bastoni e le lance urtarsi, sì che a me parve che la salma cadesse da un momento all’altro e che i cavalli la calpestassero. Fortemente impressionato, appena tornato a casa feci un disegno di ciò a cui ero stato spettatore. Da questo disegno presi più tardi spunto per il quadro Il funerale dell’anarchico Galli…(Carlo Carrà)

Carlo Carrà, “I funerali dell’anarchico Galli”, 1911

Carlo-Carrà-I-Funerali-dell-anarchico-Galli

Buon Primo Maggio.

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Le donne che leggono sono bellissime

“Le donne che leggono sono pericolose – Una storia della lettura in immagini, dal XIII al XXI secolo”, è il titolo di un libro del 2007, uscito l’ 8 marzo di quell’anno.
Ruffianata a parte (d’altra parte stavolta non sarò esente da retoriche celebrative manco io), il titolo è piuttosto veritiero: sicuramente chi legge, uomo o donna che sia, è “pericoloso”, almeno nell’accezione più vitale e destabilizzante del termine, ma non è tanto questo che mi interessa. Il mio non è un sito di patetiche rivendicazioni sociali, per quello c’è già Repubblica.it e gli appelli di Saviano, né in fondo mi importa granché di un libro la cui prefazione è firmata “Daria Bignardi”. Tuttavia l’argomento è sicuramente affascinante, ed è una fortuna avere sul divano qui a fianco l’ ottima Marta, che ha scovato lo splendido video che vi propongo qui sotto. Prendendo spunto dal volume sopracitato, qualcuno ha raccolto una meravigliosa carrellata di dipinti che rappresentano, appunto, donne immerse nella lettura, arricchendo peraltro il tutto con le meravigliose note di Šostakovič. L’ insieme, benché privo di parole, è di rara eloquenza. Si tratta per lo più di donne colte in un atteggiamento intimo e quotidiano, quasi banale; donne inoffensive, a prima vista, eppure dotate di una forza dirompente, a cui certo contribuisce l’atto della lettura e tutto il corollario di cultura, consapevolezza e vivacità intellettuale a esso connesso. Queste donne, dolcissime e energiche, affettuose e indipendenti insieme, sono l’icona della femminilità moderna, o almeno di come dovrebbe essere.
Ecco, il mio piccolo, personale augurio per le donne, tutte le donne, (ve l’avevo promessa la retorica, eh) è di avere e saper mantenere il fascino e l’irriverenza della Lettrice di Federico Faruffini; la forza della Lettrice di Tamara de Lempicka; la profonda consapevolezza della Lettrice di Edward Burne Jones; la languida bellezza della Lettrice di Giocchion Toma; la calma della Lettrice di Carlo Perugini; la dolcezza della Lettrice di Camille Corot; l’eleganza immota della Lettrice di Iman Maleki; la vitalità della Lettrice di Jean-Honoré Fragonard; l’appagamento della lettrice di Jean-Etienne Liotard; la classe della Lettrice di Edward Hopper; la sensualità della Lettrice di Jean Jacques Henner; la curiosità della Lettrice di Pierre-Auguste Renoir;  la fantasia della Lettrice di Vincent Van Gogh; la vivacità della Lettrice di Henri Matisse. E la sensibilità della Lettrice di fianco a me.

Incidi un capolavoro? Ligabue prende i soldi

Il seguente articolo non parla di arti visuali in senso stretto, tuttavia ho voluto dargli ugualmente lo spazio che secondo me merita. D’altronde io non credo affatto in una rigida ripartizione delle arti in branche che non comunicano tra loro, convinto come sono che la sensibilità alla base del processo creativo sia sempre la medesima, sia che ci si esprima con un pennello, sia coi bonghi, sia con la colla vinilica e le forbici con la punta arrotondata, sia anche con la mimica facciale. Recentemente sta spopolando in rete questo video, dove volti  più o meno noti fanno un amaro punto della situazione per ciò che riguarda le politiche mafiose e corrotte della SIAE e specialmente dell’IMAIE. Certo, pare il solito lamento all’italiana, e è anche fastidioso vedere la faccia di Scamarcio che piagnucola perché si sente poco tutelato, tuttavia la situazione è veramente drammatica e c’è poco da ironizzare. O meglio, ci sarebbe molto da ironizzare, ad esempio sul fatto che dello scorso marzo la SIAE, struttura che come si sa dovrebbe avere l’intelligenza e il dinamismo per lanciare nuove strategie e saper cogliere al volo quanto offerto dalle nuove tecnologie,  è nelle rugose e tremolanti mani di questa simpatica cariatide (foto),  Gian Luigi Rondi, classe 1921, che probabilmente ascolta musica sui dischi di coccio e nel tempo libero si diletta con la ghironda. Ma non divaghiamo. Quello che c’è di buono è che, nei momenti di maggiore difficoltà, esce sempre qualcuno con le palle e il seguito necessario per riuscire a combinare qualcosa di concreto. In questo caso quel qualcuno è Umberto Palazzo, musicista che per inciso adoro, leader del Santo Niente, del Santo Nada, cantautore e DJ , o più brevemente “mina vagante della musica rock”, come si autodefinisce sul suo attivissimo profilo Facebook. Chi non lo conoscesse e volesse approfondire, può farlo iniziando da questo pezzo, scelto senza motivo, giusto perché mi commuove tutte le volte.
Ma tornando a noi. Umberto, uno che in virtù di una carriera trentennale conosce molto bene i meccanismi dell’ iniqua distribuzione dei diritti d’autore, sta cercando di ottenere quanto più appoggio possibile per formare una class-action, unico modo, forse, per liberare una grande parte dell’arte prodotta in questo paese dalle strettissime maglie burocratiche di una società che, così come è strutturata in Italia, non ha eguali in Europa. Insomma, la solita storia dei pesciolini piccoli che, se vogliono farsi sentire e sconfiggere quello gigante, devono necessariamente unire le forze. Di solito non combinano un cazzo lo stesso, ma almeno non avranno lasciato niente di intentato. Mi pareva giusto, nel mio piccolo, contribuire a diffondere il testo integrale redatto da Umberto stesso, che vi invito a leggere e, qualora lo vogliate, a diffondere. Un paese che mortifica la creatività è un paese finito.
Grazie.

-I soci SIAE sono divisi in due fasce. Una fascia A formata dagli autori più ricchi a cui toccano priviliegi incredibili quali la suddivisione del “calderone” (spiego più giù cos’è) e una fascia di 20/30.000 autori e compositori ai quali viene sottratta anche una buona parte di quello che spetterebbe loro di diritto.

 Come avviene ciò?

Tramite la ripartizione “a campionamento” e la divisione del “calderone” solo fra soci maggiori.

E’ un meccanismo chiaramente iniquo, che costituisce un arricchimento senza causa dei soci maggiori e dei loro editori, che sono sempre dei gruppi economici potentissimi

Io propongo un’azione politica che porti al cambiamento di questa palese ingiustizia, tramite una nuovo regolamento e propongo che si inizi con una class action, che, anche se ha poche possibilità di vittoria in tribunale, può fare molto rumore e portare l’opinione pubblica dalla nostra parte. E’ il momento giusto: si parla di modernizzare il paese e di scardinare vecchi e ingiusti privilegi, quindi ci conviene attaccare prima che si scopra (che qualcuno s’inventi) che abbiamo qualche privilegio che non sapevamo di avere. Inoltre se saremo in tanti, oltre a far rumore, ci costerà poco.

Non so se tutti sappiate come la SIAE ripartisce i proventi delle serate da ballo e i concertini.

In sintesi:

i programmi musicali verdi, cioè quelli che compila il dj, vengono pagati “a campionamento”, cioè la SIAE manderebbe ogni anno i suoi ispettori a 500 serate (si dice) e questi prenderebbero nota dei pezzi più suonati in quelle serate (in base a quale criterio vengano scelte le serate non è dato sapere, ma possiamo facilmente immaginarcelo visto che i piccoli soci non possono controllare questi controllori).

Tutto il ricavo annuo di tutte le feste da ballo che si fanno in Italia viene poi ripartito fra i pezzi più suonati in quelle serate scelte in maniera arbitraria, cioè nessuno legge quei borderò verdi che vengono compilati a centinania di migliaia. Ovviamente i brani prescelti sono famosissimi, perché suppongo gli ispettori non vadano in giro con shazam, visto che la normativa è più vecchia della app, anzi sull’ultimo numero di Vivaverdi ho appena letto che l’uso di Shazam è assolutemente escluso. Quindi (pazzesco ma è così) i pezzi che vengono pagati (e si tratta di un alluvione di denaro se solo pensate a quante serate si fanno nel fine settimane nei vostri paraggi), sono solo quelli che il funzionario preposto conosce e magari il burocrate in questione è un ex carabiniere piuttosto anziano, come mi è capitato.

E già fa malissimo al cuore.

La cosa che forse non sapete, infinitamente più grave, è che dal 2007 anche per il 75 per cento dei concerti (i programmi musicali rossi) la ripartizione si fa nello stesso modo e l’obiettivo è chiaramente quello di arrivare al 100%, cioè non dare più nulla ai piccoli soci. L’altro 25% è analizzato ad estrazione (ma basta mettere una lettera fuori da uno spazio perché il programma sia annullato e allora tutto nel calderone).

La scusa: è stata scoperta un’orchestra in Campania che falsificava i programmi musicali, cioè su questi scriveva solo brani del capo-orchestra.

Praticamente non si prende neanche in considerazione l’idea che ci siano artisti che suonino solo musica di propria composizione. Nell’immaginario corrotto di chi fa i regolamenti Siae esistono solo le orchestra che eseguono i successi dei supersoci.

Questo va cambiato perché non è tollerabile suonare dal vivo per fare arricchire ancora di più Zucchero e Co. In generale non trovo tollerabili le ingiustizie e questa ci tocca tutti personalmente.

Inoltre tutto il fiume di soldi che arriva dalla filodiffusione nei locali pubblici, la tassa sui cd vergini e altre utilizzazioni finisce nel cosiddetto “calderone” che viene ripartito fra i super-soci e sono cifre enormi.

In questo caso, se ci fosse un euqua divisione ci toccherebbero magari degli spiccioli, ma decine di migliaia di piccolissime quote fanno milioni di euro per poche persone che hanno solo il merito di essere già ricche. Vi pare giusto?

A presto

QUESTIONI FREQUENTEMENTE SOLLEVATE

1) per fare  una class action bisogna che tutta la categoria sia coinvolta, quindi fate conoscere questa cosa a tutti i musicisti che conoscete, se siete d’accordo

2) La Siae ha il monopolio. Non si possono creare sistemi alternativi e anche se iscritti all’estero dovete passare da lei.

3) non iscriversi non serve a niente (nella stragrande maggioranza dei casi)* anzi favorisce i supersoci perché i locali devono comunque pagare per farvi suonare. Se non siete iscritti i soldi versati per il vostro concerto andranno ai supersoci al 100%, mentre oggi beccano il 75%. Se non v’iscrivete aumentate di un quarto la ricchezza di gente già ricca da far schifo

4) non c’è nessuno interessato a combattere questa battaglia al nostro posto e non ci può essere perché sono i nostri diritti e i nostri soldi. Chi non combatte peri propri diritti (e per i propri soldi) è destinato a perderli ed è esattamente perquesto motivo che siamo arrivati a questo punto, ma prima non c’era facebook ed era molto difficile fare rete.

*in realtà nulla se non una tassa di quattro o cinque euro sarebbe dovuta alla Siae se l’autore delle composizioni non fosse iscritto ad essa o ad altra società internazionale convenzionata.

Il problema è che per far valere questo diritto bisogna ingaggiare una battaglia con la sede locale Siae che di default dice sempre che bisogna pagare comunque. La più grave anomalia della Siae rispetto ai suoi equivalenti internazionali è che svolge funzioni di esazione per conto dello Stato che finiscono inevitabilmente per diventare più importanti delle funzioni di raccolta del diritto d’autore ed è per questo che ha l’aspetto arcigno e non collaborativo che ci mostra quotidianamente. Sono pochi i gestori di quei locali dove normalmente si svolgono i concerti di base che abbiano voglia di intraprendere una battaglia frontale con la Siae, perché sanno di non trovarsi davanti la Società degli Autori, ma un ufficio delle tasse collegato ad altri apparati di controllo e repressione dello stato (e chi ha gestito un locale sa che basta una folata di vento per essere spazzati via).

E’ molto differente il caso di impresari indipendenti che non abbiano un’attività continuativa, quindi non hanno un’attività economica identificabile con un locale che per forza di cosa deve fornire una proposta articolata per la quale è indispensabile venire a patti con la Siae per mantenere buoni rapporti e non rischiare di subire ritorsioni che potrebbero essere letali per l’esitenza stessa del locale.

Inoltre può variare il potere contrattuale e politico dell’organizzatore. Ovviamente un impresario che compra anche grandi quantitativi di biglietti per grandi eventi ha un rapporto con la Siae molto diverso rispetto a al gestore di un microlocale che fa concerti per cento persone.

Un altro problema è che spesso gli ispettori della Siae sono genuinamente ignoranti delle sfumature della legge, ma sono propensi ad usare il pugno di ferro con quelli che per loro sono comunque dei trasgressori della legge.-

L’artista, ‘sto maledetto morto di fame

Italia, A.D.2012: dopo anni di soprusi, sfottò, sconfitte, frustrazione e grigiore, il popolo di sinistra, anche quello colto, se la ride. Addio ladri, cialtroni, magheggi all’italiana, nullafacenti, volgarità gratuite, ingerenze cattoliche;  benvenute cultura europeista, laicità, sana competizione, meritocrazia, serietà. Finalmente l’Italia tornerà a ricoprire il posto che le spetta nello scacchiere internazionale! Evvai!  Si ha un gran da fare a sciorinare tutte le parole feticcio della nuova Italia: efficienza, dovere, senso di responsabilità, disciplina, onore, ordine.
Che bello!
Ora io dico, tanto per cominciare: ma non erano tutte parole d’ordine fasciste, con cui da sempre si riempiono la bocca i più ferrei conservatori? Uomini nuovi di sinistra, progressisti, traghettatori della futura umanità illuminata, rivoluzionari 2.0, mi rivolgo a tutti voi: non gli rubate proprio tutto ai fasci, qualcosa lasciategliela. Che ne so, almeno la disciplina, o l’onore. Pare brutto, poverini, c’hanno messo tanto a formulare questi concetti, con quelle piccole testoline pelate…
Stando così le cose vien da sé che, se non ti adegui, le maglie fitte di una società così asfissiante e tentacolare finiranno per stritolarti o escluderti. Manco a dirlo, il mondo della Cultura è il primo e più vistoso invalido di questa assurda guerra d’efficienza. La considerazione di cui gode chi produce cultura, nell’immaginario collettivo, non è mai stata così risicata. L’artista, grazie a queste logiche di concezione dell’esistenza in termini di produttività, è visto fondamentalmente come uno che non partecipa al farsi il mazzo collettivo, un perdigiorno, un parassita che pretende di mangiare con quello che viene considerato un hobby. L’arte diventa una baggianata, il passatempo odioso di chi non ha problemi a sbarcare il lunario. L’artista è improduttivo, non serve a niente, non giova ai conti, né al rating o allo spread, non si spacca la schiena come tutti i bravi lavoratori padri di famiglia, con le dita callose, che hanno fatto grande questo paese; l’artista, per la gente comune, è un’erbaccia da estirpare, con le sue strane idee avulse e sconclusionate. Ovviamente i governanti, qualunque essi siano, non hanno nulla in contrario, anzi. L’ignoranza è l’amica del cuore delle oligarchie, la buonanima di Trozkij lo diceva già  cent’anni fa: “al fine di trasformare la scietà, è necessario che la classe lavoratrice possa innanzitutto padroneggiare tutta la conoscenza“. Operazione rovinosamente fallita. Frasi come “con la cultura non si mangia” di quello con la erre moscia, o “artisti, a lavorareeee!“, di quell’altro piccolino, assieme a rivoltanti mosse come quella di racimolare l’elemosina per il Fondo Unico per lo Spettacolo dall’aumento delle accise sul prezzo della benzina, dovrebbero rendere sufficientemente l’idea e convincere gli scettici sul sistematico tentativo del Potere di distruggere alla base qualunque forma di creatività che non sia squallido intrattenimento o sentimentalismo a buon mercato. Ci preferiscono mediocri, e mediocri ci avranno. Questo perché la Cultura è temuta, la Cultura può offrire nuove chiavi di lettura, nuove consapevolezze, la Cultura ci sottrae dall’appiattimento, ci rende unici, e nella stringente logica del “produci-consuma-crepa”, l’unicità non è gradita. La situazione è chiara: riducendo il livello artistico e culturale alla semplicità minima, di modo che sia fruibile a tutti, un simile sistema garantisce una continua degenerazione e pauperizzazione dell’arte prima, e della società tutta poi. Ne consegue che, come in un circolo vizioso, sarà la gente stessa a invocare a gran voce la forca per tutti quegli artisti che porteranno avanti con coraggio e tra mille difficoltà un discorso serio, diverso, e che per tutta risposta sono bollati come cervellotici, snob, dannosi o almeno inutili, tutti rinchiusi nella loro torre a fare i fighi. Nella migliore delle ipotesi sono semplicemente ignorati. Gli esempi abbondano: ci sono grandi musicisti, talentuosi registi, bravissimi artisti visuali che sono costretti a lavorare per otto ore al giorno in tutt’altri settori, e che non riescono a fare quel che vorrebbero, per mille ragioni.  L’artista non dovrebbe passare la giornata a lavorare nel senso più becero del termine, ma a creare. E questo non farebbe certo di lui un fannullone: i criteri di valutazione di un artista non possono essere gli stessi di un operaio o di un manager. E’ questa uniformità dei criteri di giudizio che trovo ignobile e assurda. Ma forse queste sono solo le menate di un sognatore. Fosse per me ci dovrebbero essere delle forme di tutela che permettano a un artista di non star sempre a pensare a come arrivare alla fine del mese, e mi sembrerebbe una sacrosanta, piccola controparte di quanto l’artista offre. D’altronde l’ispirazione non è un rubinetto che apri e chiudi a piacimento, non funziona a orologeria, se devi lavorare a tempo pieno per vivere è assai difficile che la sera tu abbia voglia di imbracciare una chitarra o un pennello, alla fine abbandonerai tra mille rimpianti, rinuncerai alle tue passioni, e quel che è peggio priverai il mondo di un prodotto di valore. Per questi motivi, visto anche l’attuale crisi e la carenza di capacità critica del pubblico e relativa riluttanza e spendere per prodotti culturali, chi porta avanti, coraggiosamente e con coerenza un discorso diverso dal ciarpame di cui siamo quotidianamente inondati, a mio avviso va protetto, coccolato e ringraziato. Anche perché c’è un’altra grave implicazione, meno immediatamente percepibile. Quei pochi prodotti ancora validi che riescono miracolosamente a vedere la luce del sole, saranno sempre più di qualità inferiore rispetto al passato. Pure coloro che resistono, non riescono più ad avere né il denaro, né la mente libera per creare come vorrebbero e potrebbero. Per fare della grande arte non basta, purtroppo, un genio. Ci vogliono tempo, materiali, ricerche, attrezzature, galleristi o produttori illuminati e capaci. Non è certo questa l’ epoca di invocare Mecenate, ma già uno Stato meno approfittatore e soprattutto un popolo più consapevole non potrebbero che concordare sull’offrire agli artisti una qualche forma di privilegio, in termini economici e di considerazione sociale, in virtù del loro insostituibile e preziosissimo ruolo nell’arricchimento delle persone e nel conseguente miglioramento della società. D’altronde in altri paesi occidentali la situazione, se non perfetta, è di molto migliore rispetto alla nostra.
Ogni tanto provo a mettermi nei panni di un artista che, per tutte le ragioni sopra elencate, non riesce a far sì che la sua opera finita corrisponda all’idea che aveva nella sua testa, ed è una sensazione veramente frustrante. Poi mi rimetto nei miei, di panni, e è pure peggio. Io sono un critico d’arte e quindi faccio parte dell’ “indotto”, avrei bisogno di artisti in salute, grassocci e ben pasciuti, per poterli spremere come si deve, e invece con questi reietti morti di fame non c’è futuro…che disdetta, me tapino.

Un bohèmienne ai tempi dell’ articolo 18

Ho trasformato la mia vita in un’  opera d’arte. Arte povera.

Gesù Bambino la peste

O del tentare in modo scadente e maldestro di mettere insieme arte e facezie.



Filippo Lippi:Madonna dell’Umiltà                            Alvaro Vitali (61), caratterista
(Part.del Bambino), 1434 ca.

“Si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo…”
Sì, ma col fischio o senza?