L’artista, ‘sto maledetto morto di fame

Italia, A.D.2012: dopo anni di soprusi, sfottò, sconfitte, frustrazione e grigiore, il popolo di sinistra, anche quello colto, se la ride. Addio ladri, cialtroni, magheggi all’italiana, nullafacenti, volgarità gratuite, ingerenze cattoliche;  benvenute cultura europeista, laicità, sana competizione, meritocrazia, serietà. Finalmente l’Italia tornerà a ricoprire il posto che le spetta nello scacchiere internazionale! Evvai!  Si ha un gran da fare a sciorinare tutte le parole feticcio della nuova Italia: efficienza, dovere, senso di responsabilità, disciplina, onore, ordine.
Che bello!
Ora io dico, tanto per cominciare: ma non erano tutte parole d’ordine fasciste, con cui da sempre si riempiono la bocca i più ferrei conservatori? Uomini nuovi di sinistra, progressisti, traghettatori della futura umanità illuminata, rivoluzionari 2.0, mi rivolgo a tutti voi: non gli rubate proprio tutto ai fasci, qualcosa lasciategliela. Che ne so, almeno la disciplina, o l’onore. Pare brutto, poverini, c’hanno messo tanto a formulare questi concetti, con quelle piccole testoline pelate…
Stando così le cose vien da sé che, se non ti adegui, le maglie fitte di una società così asfissiante e tentacolare finiranno per stritolarti o escluderti. Manco a dirlo, il mondo della Cultura è il primo e più vistoso invalido di questa assurda guerra d’efficienza. La considerazione di cui gode chi produce cultura, nell’immaginario collettivo, non è mai stata così risicata. L’artista, grazie a queste logiche di concezione dell’esistenza in termini di produttività, è visto fondamentalmente come uno che non partecipa al farsi il mazzo collettivo, un perdigiorno, un parassita che pretende di mangiare con quello che viene considerato un hobby. L’arte diventa una baggianata, il passatempo odioso di chi non ha problemi a sbarcare il lunario. L’artista è improduttivo, non serve a niente, non giova ai conti, né al rating o allo spread, non si spacca la schiena come tutti i bravi lavoratori padri di famiglia, con le dita callose, che hanno fatto grande questo paese; l’artista, per la gente comune, è un’erbaccia da estirpare, con le sue strane idee avulse e sconclusionate. Ovviamente i governanti, qualunque essi siano, non hanno nulla in contrario, anzi. L’ignoranza è l’amica del cuore delle oligarchie, la buonanima di Trozkij lo diceva già  cent’anni fa: “al fine di trasformare la scietà, è necessario che la classe lavoratrice possa innanzitutto padroneggiare tutta la conoscenza“. Operazione rovinosamente fallita. Frasi come “con la cultura non si mangia” di quello con la erre moscia, o “artisti, a lavorareeee!“, di quell’altro piccolino, assieme a rivoltanti mosse come quella di racimolare l’elemosina per il Fondo Unico per lo Spettacolo dall’aumento delle accise sul prezzo della benzina, dovrebbero rendere sufficientemente l’idea e convincere gli scettici sul sistematico tentativo del Potere di distruggere alla base qualunque forma di creatività che non sia squallido intrattenimento o sentimentalismo a buon mercato. Ci preferiscono mediocri, e mediocri ci avranno. Questo perché la Cultura è temuta, la Cultura può offrire nuove chiavi di lettura, nuove consapevolezze, la Cultura ci sottrae dall’appiattimento, ci rende unici, e nella stringente logica del “produci-consuma-crepa”, l’unicità non è gradita. La situazione è chiara: riducendo il livello artistico e culturale alla semplicità minima, di modo che sia fruibile a tutti, un simile sistema garantisce una continua degenerazione e pauperizzazione dell’arte prima, e della società tutta poi. Ne consegue che, come in un circolo vizioso, sarà la gente stessa a invocare a gran voce la forca per tutti quegli artisti che porteranno avanti con coraggio e tra mille difficoltà un discorso serio, diverso, e che per tutta risposta sono bollati come cervellotici, snob, dannosi o almeno inutili, tutti rinchiusi nella loro torre a fare i fighi. Nella migliore delle ipotesi sono semplicemente ignorati. Gli esempi abbondano: ci sono grandi musicisti, talentuosi registi, bravissimi artisti visuali che sono costretti a lavorare per otto ore al giorno in tutt’altri settori, e che non riescono a fare quel che vorrebbero, per mille ragioni.  L’artista non dovrebbe passare la giornata a lavorare nel senso più becero del termine, ma a creare. E questo non farebbe certo di lui un fannullone: i criteri di valutazione di un artista non possono essere gli stessi di un operaio o di un manager. E’ questa uniformità dei criteri di giudizio che trovo ignobile e assurda. Ma forse queste sono solo le menate di un sognatore. Fosse per me ci dovrebbero essere delle forme di tutela che permettano a un artista di non star sempre a pensare a come arrivare alla fine del mese, e mi sembrerebbe una sacrosanta, piccola controparte di quanto l’artista offre. D’altronde l’ispirazione non è un rubinetto che apri e chiudi a piacimento, non funziona a orologeria, se devi lavorare a tempo pieno per vivere è assai difficile che la sera tu abbia voglia di imbracciare una chitarra o un pennello, alla fine abbandonerai tra mille rimpianti, rinuncerai alle tue passioni, e quel che è peggio priverai il mondo di un prodotto di valore. Per questi motivi, visto anche l’attuale crisi e la carenza di capacità critica del pubblico e relativa riluttanza e spendere per prodotti culturali, chi porta avanti, coraggiosamente e con coerenza un discorso diverso dal ciarpame di cui siamo quotidianamente inondati, a mio avviso va protetto, coccolato e ringraziato. Anche perché c’è un’altra grave implicazione, meno immediatamente percepibile. Quei pochi prodotti ancora validi che riescono miracolosamente a vedere la luce del sole, saranno sempre più di qualità inferiore rispetto al passato. Pure coloro che resistono, non riescono più ad avere né il denaro, né la mente libera per creare come vorrebbero e potrebbero. Per fare della grande arte non basta, purtroppo, un genio. Ci vogliono tempo, materiali, ricerche, attrezzature, galleristi o produttori illuminati e capaci. Non è certo questa l’ epoca di invocare Mecenate, ma già uno Stato meno approfittatore e soprattutto un popolo più consapevole non potrebbero che concordare sull’offrire agli artisti una qualche forma di privilegio, in termini economici e di considerazione sociale, in virtù del loro insostituibile e preziosissimo ruolo nell’arricchimento delle persone e nel conseguente miglioramento della società. D’altronde in altri paesi occidentali la situazione, se non perfetta, è di molto migliore rispetto alla nostra.
Ogni tanto provo a mettermi nei panni di un artista che, per tutte le ragioni sopra elencate, non riesce a far sì che la sua opera finita corrisponda all’idea che aveva nella sua testa, ed è una sensazione veramente frustrante. Poi mi rimetto nei miei, di panni, e è pure peggio. Io sono un critico d’arte e quindi faccio parte dell’ “indotto”, avrei bisogno di artisti in salute, grassocci e ben pasciuti, per poterli spremere come si deve, e invece con questi reietti morti di fame non c’è futuro…che disdetta, me tapino.

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Mi faccia tre etti d’arte, grazie

Giro in rete e sbatto il muso, con colpevole ritardo, su quest’uomo meraviglioso, Andrea Diprè,  il perfetto connubio tra Niccolò Ghedini e l’indimenticato Daniele dell’Artigiana. Ebbene quest’ uomo dall’aspetto mite e pacioccone (la frenologia è stata smentita già da un po’, in effetti) non fa il commercialista come ci si aspetterebbe; è invece proprietario di due canali televisivi su Sky (865 e 916) e dice di essere un critico d’arte. Di più: si autodefinisce trionfante sul suo fantastico sito “The most famous art critic in the world”, o anche “IL critico”, millanta di possedere una importantissima Galleria d’arte a New York, e in generale si presenta come colui che, grazie alle tv di cui è proprietario, smaschererà il grande inganno dell’arte contemporanea e che, novello Robin Hood prestato alla cultura, diffonderà la vera arte e restituirà il posto al sole che spetta loro a grandi personalità rimaste nell’ombra e in una clandestina medietà a causa delle logiche mafiose e clientelari che regolano il torbido mercato dell’arte.  Diprè, nel suo video-manifesto programmatico che parte in automatico non appena si accede al suo sito, e che infatti ti fa prendere un colpo, rinnega così tutta la critica e le gerarchie artistiche dell’ultimo secolo, che reputa di nessun valore reale. E’ veramente dura non trovarlo almeno un po’ simpatico. Da teleimbonitore arringa popolo quale è se la prende con quell’arte “che saprei fare pure io”, e propone con argomenti da terza media un sano ritorno all’arte da cavalletto, quella tradizionale, realista e che mostri il “mestiere”, ovviamente al fine di raccogliere consensi tra quei quattro analfabeti che possono seguire i suoi programmi. Ma c’è anche un’altra caratteristica che per Diprè è  fondamentale nell’ individuazione del vero artista:  i soldi. Il grande artista, per Diprè, è colui il quale lo paga profumatamente per essere recensito positivamente. E pure qui non ci sarebbe nulla di troppo strano, purtroppo funziona così abbastanza spesso, è eticamente deprecabile ma tant’è, l’arte è considerata una merce alla stregua delle altre, e perciò è soggetta ai dettami e agli andamenti del mercato.
Grazie, capitalismo!
Ma sto divagando.
La cosa che distingue questo ceffo dai “normali” critici, oltre all’evidente inettitudine, è l’ assoluta e programmatica mancanza di decenza. Gli “artisti” elogiati da Diprè nei suoi programmi (e cioè coloro che sono caduti nella sua rete) sono un fantastico campionario che pare uscito da un bestiario medievale: poveri derelitti, battone, disturbati mentali e vecchi con più d’un piede nella fossa, tutti però accomunati da un elemento comune: sono degli incapaci reietti di cui lo scaltro Diprè si approfitta. In soldoni Diprè, con lo specchietto per allodole della visibilità televisiva, scuce un bel po’ di grana  dalle tasche di tutti questi poveri rincoglioniti con mirabolanti promesse di visibilità, e conseguente entrata trionfale nel mercato che conta. Ovviamente, visto che Diprè non è neanche un vero critico, e non ha alcuna credenziale per diventarlo, questa promessa non si concretizzerà mai,  e a quei disgraziati resta solo un video di Youtube e i relativi commenti derisori. Ne ho selezionati giusto un terzetto, secondo me irresistibili e da non perdere assolutamente:

Il vigoroso Osvaldo Paniccia e i suoi commoventi gamberi…

…la passionaria e glitterata Elena Sirtori…

…e infine un personaggio diverso, l’inquietante Vincent Cappelli, un performer e artista non figurativo. Un personaggio lontanissimo dai rassicuranti modi degli artisti che di solito tanto piacciono a Diprè, ma ha pagato pure Cappelli, e perciò tocca dire bene pure di ‘sto tonto che pare incagliato tra le mangrovie:

E’ uno spettacolo grottesco, patetico come pochi altri. Anche comico, se non fosse vero. Mi viene in mente il grandissimo Corrado Guzzanti e la geniale trovata del mercante d’arte su Teleproboscide. Manco a dirlo, nel giro di pochi anni la finzione è stata doppiata dalla realtà.  Il “nascondista” Mutandari, a confronto di questi poveri scemi di guerra, è un novello Giotto. Comunque Diprè ha ottenuto ciò che voleva: visibilità. E’  finito anche a Mi manda Rai 3, lasciando ai posteri un formidabile alterco con Achille Bonito Oliva, che purtroppo, ignaro forse del vecchio adagio per cui non bisogna mai discutere con un cretino, scende al suo livello e dà il suo contributo alla pagliacciata generale.

In definitiva, mi pare stupido star qui a farvi la morale invitandovi a non fidarvi di questi cialtroni o a dirvi che non esistono né scorciatoie né Deus ex Machina, e che la strada verso la gloria è lunga e tortuosa. Dunque farò di più. VI REGALO UNA GRANDE OPPORTUNITA’!  Quella di essere recensiti su questo sito da un CRITICO D’ARTE VERO! Alla modica somma di 500 Euro, dico quel che vi pare! Inventiamo insieme nuove correnti artistiche! Sputtaniamo il lavoro di centinaia di studiosi seri! Non perdere quest’occasione! Per il mese di febbraio, ai primi 10 che mi scriveranno, in omaggio l’esclusiva e introvabile lista dei migliori vernissage primaverili dove mangiare delizie e bere champagne a scrocco! Non perdere quest’occasione! Contatta David Menghini, the ultimate art critic in the Universe! Ti aspetto!

Scherzo, eh…se sapessi dove andare a mangiare a scrocco non verrei certo a dirlo a voi.

I giorni della merla

In realtà questa è una gazza, ma va beh, non formalizziamoci, a me la neve sta pure sulle scatole.

Un bohèmienne ai tempi dell’ articolo 18

Ho trasformato la mia vita in un’  opera d’arte. Arte povera.

Gesù Bambino la peste

O del tentare in modo scadente e maldestro di mettere insieme arte e facezie.



Filippo Lippi:Madonna dell’Umiltà                            Alvaro Vitali (61), caratterista
(Part.del Bambino), 1434 ca.

“Si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo…”
Sì, ma col fischio o senza?

La suicapromachia

Sì, certo che è un neologismo inventato qui per qui.

La storia della cultura figurativa, come si saprà, è ricchissima di scene di caccia o di animali in lotta tra di loro. I motivi possono essere i più disparati; facendo un brevissimo excursus troviamo scene di caccia già nelle pitture rupestri delle popolazioni primitive, che avevano una finalità principalmente propiziatoria.

Scena di caccia, grotte di Lascaux, 13000-15000 a.C. ca.

A Cnosso una celeberrima pittura rappresenta la taurocatapsia, una sorta di salto rituale che effettuava un sacerdote afferrando le corna dell’animale in corsa.

Palazzo di Cnosso, Taurocatapsia, 1500 a.C. ca

Di scene di caccia è ricchissima l’arte classica, dove spesso gli animali sono rappresentati con uno spiccato  gusto per l’aneddoto.

Mosaici di villa del Casale, Piazza Armerina, IV Sec.

Più avanti nel tempo, scene di centauri in lotta tra di loro o con eroi della mitologia erano, per gli artisti del Rinascimento, un ottimo pretesto per mettere alla prova le proprie conoscenze anatomiche, raffigurando nerboruti corpi in estrema tensione muscolare.

Michelangelo Buonarroti, Centauromachia, 1492

O ancora

Giambologna, Ercole e Nesso, 1594-1600, Firenze, Loggia dei Lanzi

Molti e molti altri possono essere ancora gli esempi, più o meno celebri.

Quello che mi mancava era la strenua sfida tra i maiali e i cinghiali, ma si sa, nella vita non si finisce mai di imparare.

Coglione a caso, Suicapromachia, 2011, installazione presso la Rotatoria dell’ospedale di Perugia

Io, l’arte e i poster di velluto

Questo blog parlerà d’arte. Non seguirà un preciso ordine, né tematico né cronologico, semplicemente, quando avrò voglia, scriverò delle righe su un artista, un’ opera, un movimento, visto che amo l’arte e parlarne dovrebbe diventare il mio mestiere. Qui sotto spiego i motivi (8) che mi hanno spinto ad aprire questo spazio, ulteriori delucidazioni e idee le esporrò in un secondo momento.

In generale, per quanto amiamo riempire la nostra bocca (e i coglioni del prossimo) di paroloni tipo “impoverimento dell’offerta culturale”, “imbarbarimento della società”, “depauperamento delle Università” o ancora “Barbara d’Urso”, in realtà siamo lontanissimi dal renderci veramente conto di ciò che ci accade intorno. Esistono intere categorie di essere umani, spesso a noi coetanee, delle quali non sospettiamo neanche l’esistenza. O meglio, io non ne sospettavo l’esistenza fino a qualche mese fa, prima, cioè, di andarmene a lavorare per qualche tempo in un negozio/galleria di stampe e quadri. E mi si è aperto un mondo. Qui sotto riporterò una serie di aneddoti che ho vissuto in prima persona, tragicamente comici, e che sono alla base della mia decisione, per l’appunto, di dedicare questo spazio alla cultura figurativa, col consueto velo di ironia cazzona che grazie a Dio mi appartiene.

Scena 1: Anziana e cordiale signora, guardando una stampa: -Belli questi angioletti, belli proprio.-
Io: -Beh, sì, signora, sono un dettaglio della Madonna Sistina, di Raffaello…-
Anziana e cordiale signora: -Raffaello, eh? Ma Raffaello andrà bene per la tromba delle scale?-

Scena 2:
Giovane coppia: -Bello questo! Ma cos’è?-
Io: -E’ una riproduzione de “Il Bacio”, di Klimt.-
Giovane coppia: -Proprio bello, però non mi piace il fondo oro. L’artista ce lo potrebbe fare lo stesso quadro con il fondo nero? Sa, abbiamo il muro grigio-.

Scena 3:
Giovane sposino: -Bello questo, me lo spiega?-
Io: -Beh, è un astratto decorativo, non c’è molto da dire, se non che la nostra artista ha pensato di dipingerlo con un impasto fortemente materico che come vede è di grande suggestione.-
Giovane sposino: -Ah, il vostro artista lavora a Matera?-

Scena 4:
Donna di mezz’età: -Buongiorno, cerco una riproduzione della ballerina di DegaR.-
Io, soprassedendo: -Eccola qua, ne ho molte versioni-.
Donna di mezz’età: -No, guardi, qui c’è scritto Degas, io cerco proprio DegaR-.

Scena 5:
Uomo sulla quarantina: -Buongiorno, cerco un bellissimo poster di velluto nero con su un lupo che ulula, ce l’avete?-
Io: -…-

Scena 6:
Ragazza ventenne: -Buongiorno, cerco “l’Ultimo Bacio” di Klimt
Io, sorridendo: -Di Muccino-?
Ragazza ventenne: -No, no, proprio di Klimt! Come, lei lavora qui e non conosce Klimt?-

Scena 7:
Uomo che deve ritirare una bellissima stampa serigrafica che rappresenta uno studio d’arte africana di Modigliani: -Buongiorno, sono venuto a prendere il quadro coi negri-.

Ecco, per ora accontentatevi.