Il Primo maggio, tra Boetti e Longoni

Forse non tutti sanno che il logo del concerto del primo maggio di quest’anno è un esplicito omaggio agli arazzi di Alighiero Boetti.

Alighiero (&) Boetti, Diventare il vento (1985)

La scelta pare azzeccata, no? E’ vivace, divertente, colorato, e per giunta offre l’occasione a qualche trombone del mio calibro di scriverci sopra qualche chiacchiera inutile. Perché in effetti dubito fortemente che il buon Boetti, pace all’anima sua, sarebbe stato lieto di finire sui manifesti di uno degli eventi più insulsi dell’intero anno solare. Boetti era un artista rigoroso, severissimo, un pensatore di grandissimo acume, un uomo colto, riflessivo, solitario, un comunista “aristocratico”, se mi passate l’espressione. Un genio, per farla breve. Non ce lo vedo proprio a ancheggiare tarantolato al ritmo di qualche banale motivetto ska, finendo per screditare l’intero popolo dei giovani di sinistra agli occhi dell’ Italia tutta. Perché è questo il concerto del primo maggio, secondo me: un milione di giovani brutti, sporchi, ubriachi, retorici e quel che è peggio del tutto privi di buon gusto musicale che, tra la Bandabardò e un cartone di Tavernello, finiscono ottusi per fare un piacere a chi ha tutto l’interesse a denigrarci.Voglio dire, è inutile che citate Boetti nel manifesto del concerto, se poi ci fare suonare Alessandro Mannarino.

La situazione è drammatica: abbiamo perso ogni battaglia sul fronte politico, stiamo perdendo anche per quel che riguarda la questione culturale e sociale, almeno proviamo a vendere cara la pelle e opporre una resistenza vera, all’orrore che stiamo vivendo. E la resistenza non si fa certo coi canti e coi balli. Semmai si può fare con l’arte. Il quadro che ho scelto per sottolineare il concetto, per quanto appartenente a una fase storica del tutto diversa dall’attuale, ne è un esempio di rara eloquenza e espressività. Una volta contestualizzato, non può che stupire per la straordinaria forza contestatrice che sprigiona. Forza che non si vede più da lustri, da queste parti. Presentato alla Triennale di Brera del 1891,”urtò molto i nervi del giurì per l’accettazione“, e non è difficile individuare il perché.

Emilio Longoni, L’oratore dello sciopero, 1891

Buon Primo maggio.

 

 

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