Una donna e un viaggio

Sorgente: Una donna e un viaggio

Sul Primo Maggio, di nuovo

C’erano tempi in cui le lotte dei lavoratori avevano anche un’estetica straordinaria, poi arrivò il Concertone del primo maggio.

“Io che mi trovavo senza volerlo al centro della mischia, vedevo innanzi a me la bara tutta coperta di garofani rossi ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarrirsi , i bastoni e le lance urtarsi, sì che a me parve che la salma cadesse da un momento all’altro e che i cavalli la calpestassero. Fortemente impressionato, appena tornato a casa feci un disegno di ciò a cui ero stato spettatore. Da questo disegno presi più tardi spunto per il quadro Il funerale dell’anarchico Galli…(Carlo Carrà)

Carlo Carrà, “I funerali dell’anarchico Galli”, 1911

Carlo-Carrà-I-Funerali-dell-anarchico-Galli

Buon Primo Maggio.

Ofman

-Presentazione del lavoro dell’artista in occasione della Mostra “Materia e Graphos” presso la Galleria Imago, Corso Cavour, 19, Perugia, dal 06 luglio 2013-

Fuori dagli angusti confini del qui e dell’adesso, e deciso a porsi come trait d’union tra tempi, luoghi ed esperienze lontanissimi tra loro, Ofman, pseudonimo di Fabio Mancini, sembra osservare il mondo da lontano, da un’altura privilegiata, dalla quale individuare meglio tutto ciò che sia funzionale alla sua ricerca. Ciò che stupisce più di tutto, in effetti, è proprio la lucidità con cui procede dritto per la sua strada, muovendosi con disinvoltura tra figurazione e filosofia, tra simbologie alchemiche e teorie junghiane, tra impeto e meditazione, tra pittura gestuale e raffinatezze da cesellatore, il tutto compendiato in un’esperienza pittorica di assoluta coerenza e riconoscibilissima come sua. Animato da un’insopprimibile urgenza comunicativa e da un’ ostinata volontà di tessere armonie tra Spirito e Materia, tra il mondo delle Idee e quello della quotidianità, Ofman ha ben presto abbandonato la pittura figurativa e intrapreso un intimo percorso incentrato sul segno, chiamato graphos, e uno parallelo sulla materia. Il primo è da intendersi non solo come rappresentazione di un significato, ma come entità immota, pura esperienza estetica in grado di esistere in quanto tale; la seconda come passione febbrile per la natura delle cose, per la loro manipolazione, come volontà di sperimentare le possibilità tecniche della prassi artistica.
Le sue opere sono il frutto maturo di una gestazione lenta e impegnativa, di una sintesi tra queste polarità, di un procedere per gradi coordinato da un intelletto vigile e severo. Tanto la purezza del tratto quanto le sue larghe superfici di aspetto lunare, sono i risultati di un processo di digressione, un certosino lavoro del togliere che somiglia quasi a una pratica ascetica. “Semplificare è più difficile che complicare”, soleva ripetere Bruno Munari. È necessario liberare il segno e la materia da ogni accidentalità fenomenica, da ogni sovrastruttura, per giungere all’Archetipo, alla Sostanza, e creare un sistema di comunicazione universale in grado di agire su più livelli cognitivi. Su spessi fondi policromi di grande eleganza e gusto per gli accordi tonali, realizzati con polveri di marmo e gessi, il Graphos si staglia solitario e abbagliante al centro dell’opera, caricandosi di una forte valenza semantica, come ideogramma intuitivamente riconducibile a concetti assoluti come La Vita, l’Unione, L’Universo, L’Amore. In altri casi i suoi segni grafici sono orchestrati in composizioni di respiro più ampio, complesse e brulicanti, fortemente ritmate. Decine di geroglifici, tutti diversi, vengono così giustapposti gli uni agli altri fino a comporre forme rette, ellittiche, circolari o spiraliformi, sospese in perfetto equilibrio formale.
C’è senza dubbio una forte valenza sociale, nell’opera di Ofman; l’unione dei Graphoi non porta affatto al loro annullamento, ma anzi nella moltitudine le peculiarità di ciascuno risultano esaltate, e tutti concorrono a delineare una forma finale armonica e perfetta. È la metafora di una collettività che acquista senso non nell’appiattimento culturale della civiltà globalizzata, ma solo nel pieno rispetto dei suoi singoli elementi costitutivi e delle infinite esperienze particolari. Lo stesso Ofman, per quanto imbevuto di principi universali vicini a certe filosofie antiche, è un artista assolutamente umbro, che comunica col mondo attraverso le sue specificità culturali. Nella sua opera si odono, stratificati, gli echi delle esperienze più significative di cui la sua terra è stata teatro. Il Graphos, così misterioso, arcaico, intellegibile solo in parte eppure seducente, è parente stretto dell’impenetrabile e affascinante alfabeto degli Etruschi; le sue superfici scabrose e meditatissime, l’uso dello stucco, del gesso e del legno, hanno un precedente nell’opera del suo illustre concittadino tifernate Alberto Burri. Lo stesso afflato cosmico, la ricerca di un equilibrio tra tutte le forme di vita, la fortissima tensione spirituale che anima la sua opera, sarebbero forse stati diversi se non vivesse nella stessa terra dei grandi mistici medievali.
Le sue composizioni, in definitiva, sono una pratica di contemplazione. Richiedendo all’osservatore uno sforzo interpretativo, si propongono di raggiungere quell’inconscio collettivo condiviso da tutti gli uomini, e di stabilire connessioni che è compito della migliore Arte ricomporre e restituire al Mondo.

Le opere di Ofman sono visibili sul suo sito www.ofman.it

Miracoli e mustelidi

La mattina della Vigilia, al lavoro, squilla il telefono:

David: “Pronto?”
Ragazzo sulla ventina: “Buongiorno, senta mi scuso subito, mi riduco sempre all’ultimo momento, ma devo fare un regalo, la prego…”
D: “Non si preoccupi, ci mancherebbe, mi dica pure quello che sta cercando.”
R: “Cercavo una riproduzione…”
D: “Di?…”
R: “Della MADONNA COL TASSO!”
D: “Mi scusi?”
R: “Eh! La madonna col tasso, quella famosa, di coso…”
D: “Mi creda, sono 10 anni che studio arte ma non ricordo alcuna Madonna del Tasso.”
R: “Ma come no! E’ di quello famoso, lì, lo scienziato.”
D: “Non mi starà parlando della Dama con l’Ermellino?”
R: “Bravo! Quella! Dama, Madonna, Ermellino, tasso, che cambia?”
D: “…”

Image

David Menghini, La Madonna col tasso, 2012. Coll. privata.

La parola agli esperti

Ebbene, il BiProf. Tridott. Crit. Avv. Mega Direttore Clamoroso Andrea Dipré ne ha combinata un’altra delle sue. Stanco di limitarsi a essere il Salvatore della vera Arte, ha deciso di essere l’uomo giusto per salvare l’Italia intera. Ecco l’emozionante video della discesa in campo:

 

Intenso, toccante, non c’è che dire. Ma ciò che penso io conta poco.
Mi sono permesso, pertanto, di raccogliere vari pareri molto più autorevoli, poiché provenienti da coloro che meglio conoscono “the most famous art critic in the world”: gli artisti.
Ho chiesto ad alcuni miei cari amici, pittori e scultori, di realizzare un’opera che potesse descrivere al meglio le loro sensazioni dopo la visione del video.
Al di là delle ovvie peculiarità espressive di ciascuno, li ho trovati tutti curiosamente concordi.
Ma basta parole, ecco le opere in anteprima mondiale:


Si ringraziano enormemente per l’amichevole collaborazione (da sx verso dx e dall’alto in basso, ché questi sono degli egocentrici permalosissimi, guai a sbagliare):

-Niccolò dell’Arca

-Jill Greenberg

-Osvaldo Paniccia

-Max Beckmann

-Michelangelo Buonarroti

-Maestranza del XIV sec.

-Otto Dix

-Andrea Mantegna

-Masaccio

-Gustave Courbet

-Francisco Goya

-Rosso Fiorentino

-Alfred Kubin

-Franz Xaver Messerschmidt

-Käthe Kollwitz

-Francis Bacon

-Agesandro, Atanodoro e Polidoro

-Vecchia rincoglionita spagnola

-Edvard Munch

-Michelangelo da Caravaggio

-Vincent Van Gogh

-Pablo Picasso

-Nerd inventa-meme

-Mosaicista romano

-Jacques-Louis David

-Antonio del Pollaiolo

-Banksy

-Steve McCurry

Cristyn Ferri

James Ensor  sosteneva che “ bisogna essere ribelli alle calche eccessive! Per essere artisti si deve vivere nascosti!”.
È una ragazza riservata, Cristyn, e se si deve parlare del suo lavoro la timidezza diventa quasi ritrosia anche perché, come d’altronde dovrebbe essere, dipinge essenzialmente per se stessa, percorrendo le vie del suo piacere interiore senza ruffianerie, senza curarsi di rimanere fedele a questo o a quello stile pittorico, muovendosi con disinvoltura tra composizioni dal sapore surrealista, illustrazioni di derivazione fumettista, ritratti e opere dal sapore naïf, sicura di una grande facilità di tratto e dell’ ottima padronanza dei mezzi espressivi.
Se ci sono degli elementi comuni a tutte le sue opere, essi sono da individuare sicuramente nell’ impostazione figurativa e nell’uso costante di un disegno accurato e riflettuto, derivati dallo studio dei classici presso l’istituto d’arte di Orvieto, e soprattutto nella sua spiccata tendenza decorativa, mutuata dalla sua attività professionale di mosaicista a Celleno, ove risiede, che si traduce in una resa scrupolosa, epidermica e particolareggiata delle fisionomie dei suoi soggetti, che tradiscono il suo stupore e la sua meraviglia davanti alle forme della Natura, dietro alle quali non è difficile scorgere ferme posizioni ecologiste ed animaliste.
Da osservatrice curiosa, attenta e infaticabile quale è, Cristyn dipinge secondo il principio della riconoscibilità e dell’aderenza al vero. Nelle sue tele, tuttavia, gli elementi rappresentati, siano essi animali, persone, fiori, monili, cieli o pianeti, sono tenuti insieme da nuovi legami che non corrispondono alla logica delle convenzioni, ma a un nuovo ordine delle cose dal sapore “fantasy”, che affonda le radici nel suo amore tanto per l’arte surrealista quanto per il mondo dei fumetti.
A quest’ultima passione si deve anche la scarsa attenzione che concede alla costruzione prospettica degli sfondi, spesso appena abbozzati in favore di un larghissimo uso del nero a mo’ di cornice, espediente utile a mettere in risalto tutti i dettagli e a porli sullo stesso piano di dignità e visibilità, quasi si trattasse della scena di un teatro dai cui confini talvolta i soggetti escono letteralmente.
Ma non si pensi a un linguaggio manierista ed autoreferenziale. La pittura di Cristyn sa anche essere veloce e corsiva, come ben testimoniato dal suo sorprendente quaderno dei bozzetti e degli schizzi, che contiene alcuni degli spunti più interessanti della sua produzione. Come in un’istantanea depurata da tutte le imperfezioni, riesce con pochissimi segni a circoscrivere i tratti delle sue figure, dimostrando una capacità espressiva non comune. Più simili a questi schizzi sono un altro gruppo di tele, meno austere e più narrative, quasi fossero composizioni pensate per un libro illustrato. Le opere di questo filone, i cui protagonisti sono ancora i tanto amati animali, appaiono essenziali, prive di troppi effetti pittorici, con colori stesi in grandi campiture, piatti, brillanti e contrastanti, dal sapore naïf e scanzonato.
Non è solo nella contemplazione della natura e delle sue meraviglie che Cristyn esaurisce la sua carica emotiva. Forte di una “mano” capace e conscia dei propri mezzi, si è confrontata, brillantemente, anche col  genere del ritratto, tradizionalmente uno dei più impegnativi e ostici. Ed ecco allora questa piccola galleria di personaggi, scelti per l’ espressività e la particolarità dei lineamenti, resi attraverso l’uso esclusivo del bianco e nero, ritienuto più indicato per fissare con chiarezza ed assoluta evidenza i tratti somatici e caratteriali dei suoi modelli.
In definitiva, si può senz’altro affermare che Cristyn Ferri è un’ artista eclettica e versatile che, forse anche in virtù della varietà del suo background culturale, con radici dominicane, italiane e greche, è in grado di muoversi con la stessa lucidità e sicurezza tra tecniche pittoriche e generi diversi tra di loro, senza preoccuparsi di sviluppare un linguaggio coerente ad omogeneo , ma al contrario trovando nella sua curiosità e nella spinta al rinnovamento la forza di procedere sicura verso nuovi, felici esiti.

Cristyn Ferri, personale di pittura. Montefiascone, fino al 15/08/2012

Il Primo maggio, tra Boetti e Longoni

Forse non tutti sanno che il logo del concerto del primo maggio di quest’anno è un esplicito omaggio agli arazzi di Alighiero Boetti.

Alighiero (&) Boetti, Diventare il vento (1985)

La scelta pare azzeccata, no? E’ vivace, divertente, colorato, e per giunta offre l’occasione a qualche trombone del mio calibro di scriverci sopra qualche chiacchiera inutile. Perché in effetti dubito fortemente che il buon Boetti, pace all’anima sua, sarebbe stato lieto di finire sui manifesti di uno degli eventi più insulsi dell’intero anno solare. Boetti era un artista rigoroso, severissimo, un pensatore di grandissimo acume, un uomo colto, riflessivo, solitario, un comunista “aristocratico”, se mi passate l’espressione. Un genio, per farla breve. Non ce lo vedo proprio a ancheggiare tarantolato al ritmo di qualche banale motivetto ska, finendo per screditare l’intero popolo dei giovani di sinistra agli occhi dell’ Italia tutta. Perché è questo il concerto del primo maggio, secondo me: un milione di giovani brutti, sporchi, ubriachi, retorici e quel che è peggio del tutto privi di buon gusto musicale che, tra la Bandabardò e un cartone di Tavernello, finiscono ottusi per fare un piacere a chi ha tutto l’interesse a denigrarci.Voglio dire, è inutile che citate Boetti nel manifesto del concerto, se poi ci fare suonare Alessandro Mannarino.

La situazione è drammatica: abbiamo perso ogni battaglia sul fronte politico, stiamo perdendo anche per quel che riguarda la questione culturale e sociale, almeno proviamo a vendere cara la pelle e opporre una resistenza vera, all’orrore che stiamo vivendo. E la resistenza non si fa certo coi canti e coi balli. Semmai si può fare con l’arte. Il quadro che ho scelto per sottolineare il concetto, per quanto appartenente a una fase storica del tutto diversa dall’attuale, ne è un esempio di rara eloquenza e espressività. Una volta contestualizzato, non può che stupire per la straordinaria forza contestatrice che sprigiona. Forza che non si vede più da lustri, da queste parti. Presentato alla Triennale di Brera del 1891,”urtò molto i nervi del giurì per l’accettazione“, e non è difficile individuare il perché.

Emilio Longoni, L’oratore dello sciopero, 1891

Buon Primo maggio.